Venerdì 28 Settembre 2012 14:15

IN RICORDO DI MAURO ROSTAGNO, ICONA DEL '68 VITTIMA DELLA MAFIA

Valuta questo articolo
(4 voti)

Intervista di Francesca Polistina con Marco Boato
per il Corriere del Trentino, 19 settembre 2012

 

Il 26 settembre 1988 Mauro Rostagno veniva ucciso a Lenzi di Valderice, di ritorno dall’emittente Rtc, dove lavorava come giornalista. Lei, Marco Boato, cosa ricorda di quei giorni?
Quella sera ero a Venezia, a visitare mia madre ammalata. Stavo ascoltando con lei il telegiornale, quando in coda venne data, con un “flash” di pochissime parole, la notizia dell’omicidio di Mauro, avvenuto poco prima. Rimasi sconvolto. L’avevo visto l’ultima volta a Trento qualche mese prima, nel febbraio, in occasione del ventennale del ’68 del movimento studentesco di Sociologia all’insegna del “Bentornata Utopia”. Mi aveva parlato con entusiasmo della sua esperienza di giornalista antimafia, ma non solo, alla televisione Rtc di Trapani e mi aveva invitato ad andarlo a trovare alla comunità “Saman”. Poi, durante l’estate, ci eravamo sentiti più volte per telefono in relazione al processo Calabresi e l’avevo messo in contatto con Sandro Canestrini di Rovereto e col giovane Giuliano Pisapia, oggi sindaco di Milano, che divennero per pochi mesi i suoi avvocati. La mattina dopo, il 27 settembre, mi precipitai a Trapani e trascorsi due giorni a Lenzi di Valderice a vegliare la sua salma, a confortare la sua compagna Chicca e la loro figlia giovanissima Maddalena, a parlare con gli amici che arrivavano da tutta Italia, a ricostruire la sua vita e la sua morte. Una esperienza drammatica e indimenticabile, che rivivo ancora oggi.

Ai funerali di Rostagno, che si svolsero nel duomo di Trapani, parteciparono migliaia di persone. Lei tenne un’orazione funebre: cosa disse in quell’occasione?
Fu il vicario episcopale Antonino Adragna a proporre il solenne funerale in Duomo. Parteciparono migliaia di persone e l’omelia di mons. Adragna fu forte e drammatica, denunciando subito le responsabilità della mafia, in una città come Trapani dove si fingeva di non vedere e di non sapere da parte delle autorità politiche. Subito dopo, di fronte ad una folla immensa e attonita, nella piazza principale si svolse la parte civile della cerimonia e io ebbi l’incarico dalla sua famiglia di tenere l’orazione funebre, di cui esiste ancora la registrazione audio-video. Con grande emozione, di fronte ad una popolazione che l’aveva conosciuto e ammirato solo come vulcanico giornalista di Rtc, ricostruii l’intera vita di Mauro: dalla Torino dei “Quaderni rossi” al movimento di Sociologia a Trento, negli anni ’60; dalla Milano delle grandi fabbriche alla Palermo dell’occupazione pacifica da parte dei “senza-casa” della cattedrale, dialogando col card. Pappalardo, negli anni ’70; dall’esperienza “arancione” in India fino alla fondazione della comunità “Saman” e all’esperienza finale a Rtc, negli anni ’80. Quando fu assassinato, nel 1988, aveva solo 46 anni, oggi ne avrebbe 70. Ma quella sua pur breve vita era stata di una intensità straordinaria, fino al sacrificio estremo, come un eroe civile dell’antimafia e dell’informazione militante.


Cosa dirà martedì prossimo, nella serata organizzata a Milano in memoria di Rostagno?
La sera del prossimo 25 settembre, alla vigilia dei 24 anni dal suo omicidio, nella sala della Provincia di via Corridoni a Milano si terrà una grande manifestazione, cui parteciperanno, tra gli altri, Nando Dalla Chiesa e Benedetta Tobagi, i sindaci di Milano Pisapia e di Palermo Orlando, Lella Costa e Enrico Deaglio. La figlia Maddalena, che ha pubblicato un bellissimo libro su suo padre, “Il suono di una sola mano”, mi ha chiesto di parlare per ultimo, come suo più “antico” amico, per poter fare sintesi della sua vita e della sua morte. Verranno persone da molte città italiane e ci saranno anche molti giovani, che hanno scoperto la sua figura solo negli ultimi anni e che non erano neppure nati quando Mauro è morto. Nell’ultimo periodo, anche grazie al libro di sua figlia, Rostagno è stato riscoperto come uno dei protagonisti principali della storia dei movimenti collettivi e poi dell’informazione e della controinformazione contro la mafia e tutte le ingiustizie sociali. Sarà una grande emozione anche per me, che pure molte volte ho avuto modo di parlare e di scrivere di lui, come mi è accaduto anche per il nostro comune amico Alexander Langer, morto a soli 49 anni. Due figure molto diverse, ma accomunate prima nella militanza degli anni ’60 e ’70 e poi nell’impegno sociale e civile.


Il 26 settembre, però, è anche il giorno della prossima udienza del processo che si sta tenendo davanti alla Corte d’assise di Trapani, imputati il boss mafioso Vincenzo Virga come mandante e Vito Mazzara come esecutore materiale. Un processo a ventiquattro anni dalla morte, dopo due decenni di depistaggi e “infangature”. Come sta andando?
È stato merito della procura antimafia di Palermo, con Antonio Ingroia e i suoi collaboratori, aver riaperto dopo due decenni di silenzi e omertà le indagini sulla mafia, ottenendo il rinvio a giudizio del mandante e del killer che eseguì l’omicidio di Mauro. Eppure la polizia, col capo della squadra mobile Rino Germanà, aveva fin dall’inizio, nel 1988, indicato senza esitazione la pista mafiosa, totalmente trascurata purtroppo dai carabinieri che condussero le prime indagini. Le confessioni di numerosi “pentiti” e una perizia balistica, che stranamente non era mai stata fatta, hanno segnato la svolta delle indagini. Ma prima, nel 1996, il magistrato Garofalo di Trapani era arrivato all’infamia di far arrestare Chicca Roveri e il cap. Dell’Anna dei carabinieri aveva costruito un falso rapporto, cercando di mettere in connessione l’omicidio Rostagno con l’omicidio Calabresi. È come se Mauro fosse stato ucciso una seconda volta, anche se poi tutto questo è miseramente crollato. Ed è stato merito della determinazione dei giovani dell’associazione “Ciao Mauro”, a Trapani e in tutta la Sicilia, se l’inchiesta non è stata archiviata ed ha subìto la svolta decisiva ad opera della procura di Palermo. Ora il processo dura dal febbraio 2011, tutti gli accertamenti dell’indagine sono stati finora confermati nel dibattimento, ma non sono mancati anche ora, nell’aula della Corte d’assise di Trapani, i tentativi rinnovati di depistaggio. Mi auguro che finalmente Mauro Rostagno, a cui nessuno potrà ridare la vita, possa almeno ottenere giustizia “post mortem”: quella giustizia per la quale ha combattuto tutta la vita.

Dai microfoni di Rtc Rostagno denunciava pubblicamente la mafia. Ucciso perché scomodo, e viene da dire: scomodo lo è tuttora. Lei cosa ne pensa?
Non è accaduto solo a Mauro di venire calunniato anche dopo essere stato ucciso. È successo anche ad altre vittime della mafia: basti pensare a Peppino Impastato e a Giuseppe Fava. Sì, Rostagno è stata una figura “scomoda” non solo per la mafia, ma anche per quella parte del potere costituito che non sopportava il suo coraggio, la sua voglia di conoscere e di far sapere a tutti i risultati delle sue ricerche e delle sue denunce.


Lei, Boato, in passato aveva avuto modo di scrivere che “Mauro Rostagno è morto davvero come un eroe civile, prima ancora che politico: un eroe dell’antimafia militante e non rituale, un eroe della libera informazione e della coraggiosa controinformazione”. Che giornalista era, Mauro Rostagno?
Non era un giornalista professionista, ma aveva scoperto negli ultimi anni della sua vita questa come una sua autentica missione, mi verrebbe da dire quasi come una vocazione. Aveva collaborato anche col magistrato Giovanni Falcone, si era rivolto pure ai carabinieri, che poi hanno cercato di depistare le indagini sul suo omicidio, aveva cercato rapporti con le forze politiche non compromesse con la mafia. Aveva indagato anche sul traffico clandestino di armi e di droga, aveva scoperto una loggia massonica occulta con intrecci politici ed economico-finanziari, aveva seguito i principali processi per omicidi di mafia, aveva denunciato tutte le sere da Rtc le ingiustizie grandi e piccole, con un coraggio indomito e purtroppo senza prendere alcuna misura di protezione personale. La gente lo ascoltava tutte le sere e aveva imparato ad ammirarlo e anche ad amarlo. Per questo fu ucciso dalla mafia e per questo resta ancor oggi un personaggio scomodo, anche a 24 anni dalla sua morte.


Al Museo storico di Trento esiste un “Centro di documentazione Mauro Rostagno”, alla Facoltà di Sociologia un’aula che gli studenti hanno a lui dedicato. La città conosce?
Trento, dove ha passato gli anni della sua gioventù, non ha ancora imparato a conoscerlo e a riconoscerlo come uno dei suoi migliori “figli adottivi”. Certo, ci sono migliaia di persone, soprattutto quelli che erano gli operai e gli studenti di allora, ma non solo, che l’hanno conosciuto, ammirato e anche amato negli anni ’60. Molti me lo ricordano ancora oggi, come protagonista degli anni migliori della loro vita, nella riscoperta della dignità del lavoro e dello studio, nella lotta per la giustizia sociale, nella dimensione antiautoritaria contro tutti gli autoritarismi, anche ideologici. Ma finora a Sociologia il mondo accademico si è ben guardato dall’attribuirgli un riconoscimento postumo, come se avessero paura del suo fantasma. È invece stato merito di Vincenzo Calì aver istituito il “Centro di documentazione” a suo nome al Museo storico, l’unica vera iniziativa significativa per ricordarlo, insieme alla memoria storica dei movimenti collettivi degli anni ’60 e ’70, e anche oltre. “Mio padre mi diceva: Trento è il mio amore”, ha ricordato il 24 novembre 2011 la figlia Maddalena, presentando il suo libro proprio al Museo storico. L’università se n’è dimenticata.

Ultima modifica Venerdì 28 Settembre 2012 14:25

Articoli collegati (da tag)

Vai Su