Lunedì 06 Agosto 2012 17:57

LE BONIFICHE DEI SITI CONTAMINATI: RIVEDERE LA DISCIPLINA

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La nostra legge permette di non fare le bonifiche.
Articolo di Stefano Leoni

I recenti avvenimenti che riguardano Taranto, ripropongono la necessità di disporre di una disciplina organica in materia di bonifica dei siti contaminati. Come qualcuno ha fatto osservare, l`inquinamento di Taranto è noto sin dagli anni '80. Dal 1998 è stato inserito tra i siti di interesse nazionale e lo Stato ha disposto nel 2001 addirittura 38,8 miliardi di lire per le prime azioni di risanamento. Come mai non si è fatto nulla o niente? Perchè permane lo stato di pericolosità tanto da far pensare ora di nominare un commissario? La risposta è semplicemente banale: la nostra legge permette di non fare le bonifiche. La stessa situazione infatti si ritrova in ogni altro sito: P. Marghera, Napoli Orientale, Crotone, Gela, Priolo, Mantova, Brescia, etcc...

Dove è il trucco? Anche qui la risposta è semplice: il "combinato disposto" di due principi presenti nella disciplina in vigore: il primo è quello dellanalisi del rischio sito/specifica; il secondo è quello della responsailità solo per colpa grave o dolo.

Con il primo si stabilisce che il livello della contaminazione accettabile può variare a secondo del luogo in cui ci troviamo. Un livello di concentrazione degli inquinanti in unarea industriale ritenuto accettabile in una città può non essere ammissibile in un'altra. Ciò dipende dalle caratteristiche del suolo, dal'andamento della falda, dalle attività che vengono svolte nelle prossimità. Questa impostazione ha una base scientifica, che può anche essere condivisibile ed è stata adottata da diversi stati. Quello che non si può accettare invece è l'accoppiamento di questo sistema con la responsabilità per colpa grave o dolo.

Questo significa che per imporre a qualcuno di fare la bonifica, devo prima dimostrare che lo stato d'inquinamento si stato causato dal medesimo volontariamente o per non aver correttamente svolto il proprio lavoro. In altri termini, per far fare le bonifiche in Italia prima devo sapere se u'area è inquiinata o meno (e per farlo la legge prevede un'attività di studio e ricerca che dura perlomeno 7 mesi), poi devo dimostrare che quella contaminazione è imputabile a qualcuno che è ancora in vita. Una "probatio diabolica". Tirando le somme, si può onestamente dire che la disciplina normativa vigente non riguarda chimici, geologi, biologi o ingegneri, ma solo avvocati.

Cosa bisognerebbe fare? Basterebbe introdurre dei principi che già esistono nel diritto comunitario. Ad esempio prevedere che il risarcimento del danno ambientale connesso a determinate attività si azioni sulla cosidetta responsabilità oggettiva, ossia basta provare il nesso causale tra l`inquinamento e l`attività svolta, senza dover dimostrare alcunchè del profilo soggettivo dell'inquinatore. Oppure, come già viene fatto in paesi come l'Olanda, Danimarca, USA, Canada, etcc.., è sufficiente inserire 'obbligo della valutazione della qualità dei suoli nei procedimenti ordinari di autorizzazione alla realizzazione degli impianti o delle opere, oppure per l`esercizio degli stessi. Stabilendo che, in caso di superamento dei livelli di rischio accettabili, l'autorizzazione o rinnovo della stessa è subordinato alla realizzazione delle opere di bonifica.

Se nel nostro ordinamento fosse stata presente una simile previsione, a Taranto i "furbi" non avrebbero trovato spazio, la procedura AIA si sarebbe chiusa in un altro modo e i tarantini - operai o no - avrebbero una migliore aspettativa di vita.

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