Lunedì 11 Giugno 2012 15:02

LO STATO DEI PARCHI, FRA TAGLI E CONTROLLO POLITICO

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di Giuliano Tallone

Qual é lo stato attuale dei parchi italiani? Rispondo con una ardita metafora. Vi mettereste volentieri a viaggiare su un aeroplano di una compagnia aerea che non ha soldi per le manutenzioni, che ha personale di bordo, piloti e meccanici in numero ampiamente insufficiente e magari durante una tempesta, mentre i controllori di volo se ne sono andati dalle loro postazioni perché nessuno paga loro lo stipendio? Questa è l'attuale situazione dei parchi nazionali, ma anche dei parchi regionali, delle aree marine protette e degli altri istituti di protezione, che scontano i tagli alla spesa pubblica e una generale debolezza delle loro politiche. Cause di questa situazione a mio parere sono una scarsa capacità di elaborazione della classe dirigente e un "riflusso" delle politiche ambientali a favore di interessi particolari del sistema politico e di quello economico, dell'edilizia e di lobby forti a livello elettorale come i soliti cacciatori. Questa crisi è soprattutto istituzionale, oltre che finanziaria e strutturale, ma forse anche un po' culturale.

Il primo elemento da rilevare è una difficile congiuntura che negli ultimi tre anni ha tolto ai parchi nazionali molti finanziamenti. La logica dei tagli lineari ha ridotto i bilanci alle sole spese per il personale e obbligatorie. Solo l'impegno del Ministero dell'Ambiente ha garantito che queste spese basali fossero garantite. Per il 2012 c'è il rischio di un ulteriore taglio del 10% (che significherebbe non poter pagare le bollette). A parte le spese obbligatorie, tutto il resto non c'è più: educazione ambientale, visite guidate, ricerca, progetti di promozione delle attività sostenibili, materiali divulgativi. Non ci sono i soldi. E poi il personale: in tre anni le dotazioni organiche dei parchi nazionali sono state ridotte del 30%. A questo punto diversi parchi stanno mettendo in mobilità i dipendenti (che con le nuove norme può voler dire arrivare al licenziamento). Inoltre non è più concretamente possibile attivare nessuna consulenza che possa supportare l'attività delle strutture. Per la prima volta il personale dei parchi nei mesi scorsi è sceso in piazza per protestare. Nei parchi regionali non è che vada meglio: i guardiaparco in molte regioni non hanno più la benzina nei motori delle auto di servizio, e in diverse regioni sono appena state approvate o sono in corso di approvazione norme che rivoluzionano – in peggio – il sistema. E le aree marine protette devono affrontare drastici tagli ai finanziamenti e alle strutture.

Il secondo elemento di crisi – e di rischio di ulteriore peggioramento della situazione - è rappresentato da una proposta di legge nazionale in corso di discussione al Senato, inizialmente pensata per le sole aree protette marine e poi estesa a diventare una vera e propria mini-riforma della legge 6 dicembre 1991 n. 394 sulle aree protette. La proposta prevede vari punti, innanzitutto di spostare la rappresentanza nei Consigli Direttivi sul livello locale piuttosto che, come ora, su un bilanciamento delle istanze locali con quelle nazionali del mondo scientifico, ambientalista e dei ministeri. Prevede inoltre la scelta del Direttore a livello politico (scelta diretta da parte del Presidente), al di fuori di logiche di professionalizzazione e in totale controtendenza con quello che succede nelle altre amministrazioni.

Un terzo "pilastro" della proposta in discussione è cercare di rafforzare l'autofinanziamento degli Enti, con entrate da prospezioni petrolifere, impianti di biomasse, centrali idroelettriche, attività di escavazione. Come scrive il Direttore del Parco Nazionale della Majella, Nicola Cimini, "appare non solo inopportuno collegare le entrate del parco ad attività che con i parchi e con le finalità che perseguono risultano in contrasto, ma anche controproducente, in quanto potrebbe rappresentare un incentivo a tali attività". Sottoscrivo pienamente. Ben più serio, anche se più difficile, sarebbe stato cercare di rafforzare la capacità degli enti di generare entrate dalle proprie attività, come la gestione dei beni demaniali nei parchi o i servizi per i visitatori, come avviene nei parchi americani ed europei. Un altro punto è la gestione faunistica, aprendo ampi spazi per attività di controllo che somigliano molto ad attività venatoria. Infine la norma prevede un "riconoscimento" di Federparchi nelle sedi istituzionali.

Insomma questa proposta piuttosto che intervenire in positivo sui nodi problematici delle attuali gestioni (burocratizzazione delle procedure, mancanza di risorse e di personale, di strumenti normativi e operativi per la gestione, di coordinamento centrale per i parchi nazionali), preferisce forzare gli aspetti che garantiscono un controllo politico locale dei parchi.

Una parte rilevante della realtà che gravita intorno alle aree protette, composto da buona parte delle associazioni ambientaliste (WWF, LIPU, Italia Nostra, FAI, e altre) e dei dipendenti dei parchi (AIDAP - direttori, AIGAP-guardaparco, Associazione 394, dipendenti in genere, e AIGAE, guide dei parchi), si oppone a questo disegno. Si cerca invece di lavorare per una visione moderna delle aree protette, che dialoghi con le realtà locali attraverso forti processi di partecipazione, ma che garantisca una gestione efficace e professionale delle attività degli organismi gestori, proprio con la logica della "performance" e della "customer care" introdotta dalla legge 15/09 e dal D.lgs. 150/2010, la "Riforma Brunetta".

Il Presidente di Federparchi, Giampiero Sammuri, sostiene nel documento congressuale che verrà discusso in questi giorni al Parco della Maremma, che Federparchi, "a differenza di alcune espressioni del mondo ambientalista italiano", non ha mai considerato intoccabile l'impianto ed il merito della legge 394 che, come tutte le leggi, compresa la Costituzione, può e deve essere sottoposta a verifiche ed a modifiche per farla aderire alle mutate condizioni dei contesti di riferimento, sia istituzionali che programmatici.

Il punto non è questo. Le associazioni ambientaliste, e non solo, non considerano intoccabile la legge 394, ma considerano sbagliate le proposte sul tavolo, la loro impostazione, il merito dei contenuti, la loro efficacia ed anche lo spirito e le finalità che paiono guidarle. E' di questo che stiamo parlando, non dell'intoccabilità della 394.

E' ora che il dibattito sui parchi ritorni dalle oscure stanze dei burocrati e dei politici delle segreterie dei partiti alla società civile, che si ritorni a parlarne diffusamente, che si recuperi il loro valore sociale e di conservazione dell'ambiente, della biodiversità e dei processi ecosistemici. Solo così sarà possibile condividere obiettivi e contenuti di una riforma della legge quadro sulle aree protette.

Ultima modifica Lunedì 11 Giugno 2012 15:02

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