Venerdì 08 Giugno 2012 16:30

LE SOLUZIONI PER I RIFIUTI

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di Angelo Bonelli

Fin dagli esordi dell'ambientalismo scientifico nei primi anni Ottanta è apparso evidente che introducendo, giustamente, le variabili ambientali all'interno di problemi che fino ad allora avevano trovato soluzioni "semplici" la loro gestione si complicava, sia dal punto di vista economico-manifatturiero, sia sotto al profilo amministrativo. Nel giro di pochi anni apparvero delle evidenze scientifiche che diedero indicazioni precise e soprattutto che cancellavano definitivamente i "confini" dell'inquinamento.

Si scoprì che i gas Cfc utilizzati nei sistemi di refrigerazione assottigliavano lo strato di ozono a livello planetario, che la CO2 prodotta dagli impianti energetici innescava il fenomeno del riscaldamento globale, che tracce di pesticidi venivano ritrovate nei tessuti degli orsi polari e così via. Aumentò proprio in quel periodo la consapevolezza che il danno ambientale, inoltre, non possedeva ne soluzioni "semplici", ne vi era la possibilità di "spostarlo" altrove anche se, specialmente per quanto riguarda i rifiuti, il traffico illegale internazionale e nazionale dei tossico nocivi prese avvio proprio verso la fine degli anni Ottanta.

Contemporaneamente iniziarono a venire al pettine anche i problemi legati ai rifiuti solidi urbani che rappresentano un problema ancora più complesso visto che alle gestioni economiche e ambientali vi si aggiungono anche quelle sociali e politiche. Ed è proprio la politica che ancora oggi di fronte a tutta l'evidenza ed enormità dei problemi legati ai rifiuti solidi urbani mostra tutta la sua inadeguatezza proponendo ancora troppo spesso soluzioni semplici a un problema complesso. In larga parte della politica nostrana, infatti, trova ancora molto spazio la "soluzione" al problema dei rifiuti fatta dall'accoppiata inceneritori, più discariche che per svariati motivi è quella che spesso viene proposta dalla politica ai cittadini, innescando spesso, e giustamente, proteste da parte delle comunità locali.

Il fascino di questa non soluzione è fatto da un serie di fattori come l'intreccio tra politica ed economia, per non parlare delle ecomafie, nel ciclo de rifiuti, ma specialmente da un limite culturale appartente alla prima metà del ventesimo secolo e che sopravvive ancora nel nostro Paese negli amministratori onesti, che impone al politico di trovare soluzioni semplici, dirette, anche quando queste non sono ambientalmente sostenibili, anche perché purtroppo la difesa ambientale in larga parte della politica è ancora oggi vista come un "optional" da utilizzare quando essa è a "buon mercato" per poi metterla da parte nel momento diventi troppo "impegnativa" per qualche potentato, o eccessivamente onerosa per la macchina amministrativa.

E a ciò bisogna aggiungere il fatto che l'accoppiata discariche-inceneritori, tra le altre cose assicura anche lauti introiti grazie alla facilità di smaltimento e agli incentivi, unici in Europa, che equiparano l'incenerimento alle rinnovabili. Una delle ragioni di tale limite culturale è sicuramente da riscontrarsi nella scarsa partecipazione di giovani e donne alla vita politica italiana, cosa che più in generale non consente a innovazioni politiche utilizzate in altri paesi, si pensi alle politiche per la famiglia francesi o per le rinnovabili in Germania, di attecchire anche da noi. E il settore dei rifiuti è uno specchio di ciò ed sono altrettanto indicativi i fatti che stanno accadendo nel Lazio e nello specifico a Roma.

Nella Capitale, dopo trenta anni, la gestione dei rifiuti monoculturale dei rifiuti basata sulle discariche, anzi sull'unica discarica di Malagrotta che con i suoi 240 ettari e 5.000 tonnellate di rifiuti scaricati ogni giorno, è la più grande d'Europa, si è giunti a una svolta imposta dall'Unione Europea che ne ha imposto la chiusura. Non si è trattato di un fulmine a ciel sereno visto che la normativa europea che vieta il conferimento del tal quale in discarica è del 2007, ma oggi, gennaio 2012, la politica appare del tutto impreparata ad avviare una nuova fase nella Capitale. Il ritardo nelle azioni, la sudditanza a un grande potentato economico nella gestione dei rifiuti e la gestione della raccolta degli stessi a Roma da parte di Ama, ha portato a un'emergenza annunciata e voluta.

Da un lato si è continuato a voler pensare in "maniera semplice, o forse sarebbe meglio dire semplicistica, mentre dall'altro si desidera continuare a favorire chi per decenni ha accumulato fortune sui rifiuti, il tutto passando attraverso una pessima gestione di Ama sia sul fronte industriale, sia dal punto di vista dell'organizzazione stessa della raccolta dei rifiuti. Risultato: ecco l'emergenza. Malagrotta dovrà chiudere tra pochi mesi – in realtà avrebbe dovuto cessare l'attività il 31 dicembre 2011 – per esaurimento delle volumetrie, su Roma incombe lo spettro di 5.000 tonnellate al giorno di rifiuti abbandonate per strada a causa dell'assenza di gestione, sono state scelte in maniera improvvisata due discariche "provvisorie" a Riano – a 500 metri dal centro abitato e su una falda idrica – e a Corcolle, nei pressi di due siti Unesco come Villa Adriana e Villa D'Este a Tivoli - che sono state sonoramente bocciate dal Ministro dell'Ambiente e da quello dei Beni culturali - , e la raccolta differenziata a Roma è inchiodata al 23% quando secondo l'Unione Europea a fine 2012 dovrebbe arrivare al 65%.

E non sembra che in futuro la situazione, secondo Comune e Regione dovrebbe migliorare. La volontà di puntare in maniera netta verso la raccolta differenziata non c'è, visto che Ama ha appena comprato 14mila cassonetti per l'indifferenziata e la raccolta che sia fa, questo 23%, è del tipo multi materiale e quindi di scarsa qualità per la trasformazione in materie prime seconde utili all'industria. Oltre a ciò arriva, è notizia di questi giorni, l'impianto di Trattamento meccanico Biologico, TMB, della capacità di 300mila tonnellate targato Ama e Acea che costerò 30 milioni di euro, da prelevare dalle bollette dei cittadini che attraverso "tecnologie innovative" produrrà il 50% di Combustibile da Rifiuti, CDR, contro il 30% degli impianti classici, andando ad alimentare il business dell'incenerimento, dal quale è meglio ribadirlo non c'è ritorno e che è incompatibile con lo sviluppo di un ciclo virtuoso dei rifiuti fatto di raccolta differenziata.

A dimostrazione di ciò c'è l'intercettazione resa nota da Repubblica dove il deus ex machina dei rifiuti abruzzese, Rodolfo Di Zio si rivolgeva all'assessore regionale all'ambiente dicendo: «Se teniamo al 40 per cento la soglia da raggiungere per la differenziata, la termovalorizzazione non la faremo mai... Quindi se è vostra intenzione, maggioranza e opposizione, dovete abbassare la quota della differenziata». E Roma e il Lazio sembrano stretti, purtroppo, nella stessa logica. Eppure dalla città qualche segnale dal basso arriva. Nei pochi quartieri della Capitale dove si fa una vera raccolta differenziata porta a porta la percentuale di raccolta differenziata schizza verso l'alto, esattamente come è successo a Salerno, città di 140 mila abitanti, dove nel giro di due anni la percentuale di raccolta differenziata è arrivata al 74,16%. E all'obiezione che la differenziata costa bisogna rispondere che il modello discariche-inceneritori costa meno, forse, perché nella sua contabilità non appaiono mai i costi sociali, ambientali e sanitari che questi impianti hanno, ma che la politica preferisce ignorare, scaricandoli sulle generazioni future.

La cosa più sconcertante è che le soluzioni sono tutte a portata di mano, disponibili e già realizzate in altre città, ma ciò che manca è l'innovazione politica per applicarle. Il coraggio di osare nel proporre modalità differenti di sviluppo anche attraverso la provocazione e la fantasia. A Roma, per esempio, si potrebbe privatizzare la differenziata privilegiando piccole e giovani realtà cooperative che saprebbero di sicuro valorizzare attraverso il riciclo una gran parte dei rifiuti, mentre si potrebbe incentivare il riuso attraverso piattaforme informatiche e materiali per la vendita, il baratto o il regalo di oggetti in buono stato che non si utilizzano più, magari istituendo anche nella Capitale, come a Venezia, il cassonetto per il "rifiuto con affetto", nel quale trovano un luogo sicuro queste cose. E non è un settore da sottovalutare quello del riciclo, specialmente in tempi di crisi, visto che l'economia marginale legata al riciclo, quella effettuata da rigattieri, rom e strati sociali ai margini della società oggi all'ombra del Campidoglio vale "solo"dieci milioni di euro, che potrebbero diventare, secondo le stime Centro di Ricerca Economica e Sociale di Occhio del Riciclone, almeno 32 milioni di euro. Insomma le famose Tre R, Riciclo, Riduzione, Riuso, alle quali bisogna aggiungere la R di raccolta differenziata potrebbero diventare la base di una sorta di "rivoluzione" culturale dal basso che consentirebbe lo sviluppo di una sensibilità e di una consapevolezza nei cittadini utile per diffondere uno stile di vita più attento all'ambiente.

Differenziare, infatti, educa a riconoscere i materiali e il loro valore, consentendo nel frattempo una crescita culturale che consentirebbe ai cittadini di intervenire attraverso le proprie scelte "anche alla fonte", durante gli acquisti. Con questa nuova consapevolezza verso i materiali, infatti, diventa possibile valutare i beni anche da come sono imballati, e in parte anche sulla bontà dei materiali stessi utilizzati. Uno dei prossimi passi, ma è solo un esempio, che dovrebbe essere fatto su questo fronte, da parte della politica può essere quello facilitare l'utilizzo di imballaggi omologabili sia sul fronte dei materiali sia sotto il profilo dei colori per facilitarne il riciclaggio, magari attraverso una differenziazione fiscale e comunicando le virtù di tali materiali ai cittadini. Mentre nei prossimi anni si dovrebbe spostare l'attenzione verso l'allungamento del ciclo di vita degli oggetti, e non favorendo, come oggi la loro obsolescenza programmata, attraverso azioni mirate rivolte a industrie e cittadini, affinché le prime producano beni più durevoli e i secondi li scelgano. E a chi afferma che in tale modo si danneggia l'economia è necessario rispondere che invece la si favorisce poiché si sposta parte della redditività del ciclo delle merci dalla sostituzione alla manutenzione, favorendo, tra parentesi, le economie locali

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