Giovedì 24 Maggio 2012 14:38

Coltivare la speranza, affinché la sete di giustizia possa tradursi in capacità di proposta politica

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di Michele Dotti

In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad un proliferare di marce e manifestazioni in tutto il mondo, per protestare contro le risposte della politica alla crisi economica, ritenute inefficaci e fortemente sfavorevoli ai giovani: dagli Indignados spagnoli ai giovani manifestanti di Occupy Wall Street, dai manifestanti delle cosiddette "primavere arabe" alle manifestazioni femministe di "se non ora quando" e mille altre marce pacifiste, molte delle quali confluite nel grande evento "United for global change" del 15 ottobre 2011 che ha visto milioni di persone, specialmente giovani, manifestare contemporaneamente in tutti i paesi del globo.

Per certi versi questo grande fermento culturale e politico potrebbe ricordare quanto accadde nel '68; la rabbia e l'indignazione di fronte alle tante ingiustizie è certamente simile, la voglia di cambiare sicuramente non manca ed è sincera e profonda e in molti casi si stanno anche producendo elaborazioni interessanti, con analisi e proposte politiche anche più mature di quanto non fosse accaduto nel '68.

Quello che a mio avviso manca, però, o per lo meno ancora scarseggia in questo momento storico, è la speranza.

Una ragionevole speranza che le cose possano davvero cambiare.

Una ostinata speranza che spingeva i giovani sessantottini a gridare "siate realisti, chiedete l'impossibile", con le parole di Albert Camus.

Una speranza organizzata, che diviene capacità di proposta politica reale.

Occorre dunque, in questo preciso momento storico, più di ogni altra cosa, coltivare la speranza. Specialmente nei giovani!

Speranza che non è pia illusione di un cambiamento possibile o fuga dalla realtà verso un'utopia, ma consapevole e determinata ricerca di proposte alternative, tenace impegno volto a promuovere creatività sociale e tradurla poi in progettualità politica concreta, facendo tesoro anche delle tante esperienze virtuose del passato o realizzate in altri paesi, in uno scambio intergenerazionale e interculturale che appare l'unica via realistica per tracciare un cammino nuovo. Un cammino che vada oltre la mera riproposizione di prassi consolidate che hanno ormai mostrato tutti i propri limiti.

C'è ovunque un grande risveglio della voglia di partecipazione e di protagonismo democratico. Una partecipazione che aspira a superare la mera rappresentanza per farsi democrazia partecipativa, non alternativa ma certo complementare alla prima.

Se questi mille rivoli di partecipazione dal basso sapranno unirsi per produrre un'elaborazione condivisa e una proposta politica alternativa, fondata sul paradigma dei beni comuni - affermatosi trionfalmente con il referendum sull'acqua dello scorso giugno - e sulla ormai imprescindibile conversione ecologica, credo che saremo capaci di raccogliere la forza e il consenso necessari a produrre quel cambiamento di cui tutti avvertono la profonda necessità, ricucendo anche lo strappo fra le generazioni che oggi appare davvero come un nervo scoperto della nostra società.

Per fare questo occorre che le istanze della società civile si incontrino e si intreccino con le tante esperienze amministrative alternative che negli ultimi anni si stanno organizzando e coordinando a partire dalle reti di Comuni -dall'Associazione dei Comuni Virtuosi alla Rete dei Comuni Solidali, alla Rete Nuovo Municipio, alla Rete Città del Bio o alla Rete degli Enti locali per la Pace- fino alle migliori esperienze ed elaborazioni a livello europeo.

Allargare l'orizzonte alla dimensione europea può risultare fecondo e contribuire concretamente alla diffusione di un paradigma culturale nuovo, su cui fondare una politica sana che riavvicini i cittadini alle istituzioni e ridia speranza al nostro futuro.

Ultima modifica Giovedì 24 Maggio 2012 14:39

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