Domenica 14 Novembre 2010 16:09

Bondi inutile e dannoso L’uomo-disastro dei Beni culturali

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L'Unità

Su Sandro Bondi, ministro per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) pende la sfiducia richiesta da Pd e Idv e avallata probabilmente da un’area assai più vasta di Montecitorio. Il detonatore sono stati sicuramente i crolli di Pompei, ma i capi di accusa contro questo evanescente ministro, sono ben altri e ben più pesanti. Come si capì fin dalla «decapitazione» del vertice del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, a partire dal suo presidente Salvatore Settis e con grande peso attribuito alla sorella archeologa dell’avvocato-deputato Ghedini.

Al Collegio Romano, dal 1975, si sono avvicendati fior di personaggi (Spadolini, Biasini, Ronchey, Paolucci, Veltroni), ma anche personaggini (la vedova Parrino o Facchiano). I quali però non hanno mai assunto quell’incarico «a mezzo servizio» con altre incombenze. Sandro Bondi invece – per supponenza, per sottovalutazione o per consapevole volontà di indebolire tutto l’apparato della tutela – ha dedicato sicuramente più tempo a coordinare il sempre più crivellato Partito della Libertà, unitamente a Verdini e a La Russa, che non a dirigere la difficile, pericolante barca del suo ministero, dal quale dipendono (e ho detto poco) cultura e spettacolo, con un patrimonio strepitoso, sterminato, insidiato, e con mezzi scarsi, sempre più scarsi.


Mai il Ministero dei Beni Culturali è stato così prono alle decisioni del collega dell’Economia, lasciandogli usare per i tagli a capitoli di spesa già all’osso, la sega elettrica, non l’accetta. Con risultato che musei, biblioteche, archivi sono alla canna del gas. Di più: di fronte ad una vera e propria emergenza, nulla ha fatto di concreto per mantenere in servizio dirigenti di alto valore internazionale messi fuori invece, inesorabilmente, a 67 anni o, ancora peggio, grazie ad uno sciagurato quanto cieco decreto-Brunetta con quarant’anni di anzianità, quindi, in più di un caso, ad appena 62 anni chi era entrato nell’amministrazione subito dopo la laurea (Pittarello in Piemonte, Fornari a Parma-Piacenza, ecc.). Risultato: un ministero denutrito e disossato, privato di ottimi quadri centrali (Proietti, Lolli Ghetti, ora De Caro) e periferici (Guzzo a Pompei, presto Martines in Puglia). Col dilagare di gestioni “ad interim” affannate e ovviamente deboli o debolissime.

Sandro Bondi ha dimostrato subito di essere subalterno al «ghe pensi mi» di un premier che del resto adora e del suo braccio operativo Bertolaso. Ha di buon grado spalancato le porte ai commissariamenti della Protezione Civile pur sapendo che così il suo ministero veniva privato di pezzi fondamentali di competenze e di funzioni.


Non si è opposto al commissariamento dell’archeologia di Roma e Ostia Antica, nonostante la sollevazione di tutti gli archeologi (inzialmente affidato a Bertolaso poi passato all’Aquila). Né alla nomina di un vice «attuativo» nella persona dell’assessore capitolino alla pianificazione. Anche nella dolorosa vicenda di Pompei ha seguito l’altro adoratore di Berlusconi, Mario Resca, nello svalutare i propri tecnici, gli archeologi in particolare (stimati ovunque, come i nostri direttori di musei).

Quando si è verificata la tragedia dell’Aquila con la distruzione di quel centro storico mirabile e di tanti altri abitati antichi, si pensava che – come in tutti i precedenti terremoti – il MiBAC assumesse la regìa degli interventi su città, monumenti, ecc.. Quando all’Aquila si è presentato da privato cittadino (perché appena pensionato) il coordinatore dei restauri della Basilica di San Francesco in Assisi, Giuseppe Basile, munito di una sua assicurazione e portando il contributo dell’Associazione Cesare Brandi, lo stesso è stato subito rimandato a casa, «non serviva». Così come sono state rifiutate altre offerte qualificatissime di collaborazione.
Lo stesso strutturista che aveva salvato San Francesco in Assisi, Giorgio Croci, noto in tutto il mon- do, è stato chiamato una quindicina di giorni dopo il sisma per Colle- maggio e con una dotazione di fon- di irrisoria rispetto ad Assisi. Dove Veltroni aveva riversato risorse importanti e, con la regìa dell’allora direttore generale del Ministero, Mario Serio, mobilitato quadri interni ed esterni del più alto valore: Antonio Paolucci, Maria Luisa Polichetti, l’appena citato Basile, Marisa Dalai, Bruno Toscano e tanti altri. Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Come all’Aquila...

La cultura? Deve rendere. È stato un caposaldo della «filosofia» del governo Berlusconi, che ha trovato un fedele esecutore in Bondi. Difatti è stato inserito a forza, nonostante i rilievi più sensati, quale direttore generale alla valorizzazione, poi anche come commissario a Brera (con lautissima remunerazione, contro stipendi indecorosi, nemmeno 2.000 euro, per i direttori di musei), l’ex ad di McDonald’s e presidente del Casinò di Campione, Mario Resca, che non sapeva nulla del settore, che ha accumulato banalità. Con loro il MiBAC avrebbe privilegiato i musei maggiori, quelli che possono «rendere». Come se arte e cultura non fossero valori «in sé e per sé», da diffondere, da spiegare, da far capire e amare nelle scuole (qualcuno sa dov’è finita la didattica?), ma merci, hamburger, bibite gassate, da vendere profittevolmente. Come se i grandi musei del mondo non fossero spesso gratuiti o comunque non ricevessero (il Louvre all’80%) iniezioni di denaro pubblico.
Paesaggio addio. Sull’attuazione del Codice per il Paesaggio Bondi ha dato il meglio di sé, nel senso che ne ha lasciato marcire per mesi e mesi l’attuazione, non curandosi minimamente di avviare la tanto attesa co-pianificazione MiBAC-Regioni. Col risultato che – come ha dimostrato la recente accurata indagine di Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi per Italia Nostra – i piani sono di là da venire mentre speculazione privata e abusivismo riprendono vigore, in attesa di nuovi condoni, di nuove licenze di «fare da sé» senza passare dalle maglie della tutela. Che fino a pochi anni fa all’estero ci invidiavano e di cui dovremo presto piangere l’estinzione.


Il caso
Scavi di Pompei, per mesi
rimasti senza guida

A Pompei c’era indubbiamente una emergenza, ma poteva essere risolta attribuendo al soprintendente – che per un decennio è stato il bravissimo Pietro Giovanni Guzzo, andato in pensione a 67 anni dopo 40 di onorato servizio in Calabria, Puglia, Emilia-Romagna e Roma – i poteri straordinari per tagliare tempi e pro-cedure. No, si è voluto nominare un commissario, Marcello Fiori, che, invece di intervenire sulle emergenze, ha investito fondi cospicui in mostre, ricostruzioni virtuali, ricostruzioni (discutibili) di parti del teatro romano, piste ciclabili . Mancavano solo le corse con le bighe.

La Corte dei conti ha notato, ben prima dei crolli, che la gestione «non sembra rispondere all’esigenza di tutelare l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni derivanti da calamità naturali», ecc. A queste quasi profetiche osser- vazioni il ministro Bondi aveva risposto esaltando l’opera di Fiori. Pensionato Guzzo, ha lasciato per mesi e me- si senza guida Pompei. Spazio ai manager! In ottobre ha nominato Jeannette Papadopoulos che al MiBAC cura i rapporti internazionali e che potrà dedicare 2-3 giorni a Pompei e Napoli. Auguri sinceri.

Ultima modifica Giovedì 25 Novembre 2010 17:18

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