Giovedì 04 Novembre 2010 15:35

La coscienza ambientalista che manca alla sinistra

Valuta questo articolo
(0 voti)

Dilma Rousseff è la nuova presidentessa del Brasile, ha di nuovo vinto la sinistra. La pupilla di Lula, presidente uscente, ha raccolto più del 50% delle preferenze, battendo il rivale Serra e l’ambientalista Silva.

La sinistra italiana esulta per questo risultato. È proprio vero che in Italia la politica è vecchia.

Il successo della neo-presidentessa è dovuto fondamentalmente all’appoggio di Lula.

Quest’ultimo governava il paese dal 2002, ed ha preso molto a cuore la questione sociale, infatti, ha attuato politiche per sconfiggere la povertà, ridurre la disoccupazione e far crescere il Pil. E ci è riuscito. Lavoro encomiabile da parte sua, che l’ha reso il leader più amato al mondo, con l’80% dei consensi.

Ma a che prezzo?

Greenpeace si è spesso scagliata contro Lula per le sue politiche nei confronti della Foresta Amazzonica, anche “La Nuova Ecologia”, il mensile di Legambiente, non si risparmia: in questi 8 anni sono state autorizzate trivellazioni a profondità maggiori rispetto all’ultimo disastro targato Bp; l’agrobusiness è diventato una delle principali attività economiche, stimolando una delle maggiori cause della perdita di Biodiversità, la monocoltura di esportazione; una delle proposte contenute nella riforma del Codice Forestale è una norma che permetteva ai latifondisti di legalizzare le aree di Foresta occupate abusivamente, una sorta di “condono” forestale. La deforestazione, con Lula, ha toccato picchi altissimi.

Per il direttore di Greenpeace Brasile, Lula meriterebbe il “premio di presidente che ha terminato il patrimonio amazzonico”.

Il benessere è cresciuto enormemente in Brasile, ma a scapito dell’ambiente. Un po’ com’è successo in Europa dopo la rivoluzione industriale, in America nel ‘900 e in Cina e India oggi.

All’epoca, però, non si conoscevano le conseguenze di una politica “sviluppista”, le risorse naturali erano abbondanti e sembravano infinte. Ma che fine hanno i paesi oggi chiamati industrializzati? L’Italia, che figura tra questi, è ormai in declino. Come lo è, di fatto, l’Europa intera; secondo le previsioni, anche gli U.S.A. saranno sorpassati dalla Cina.

Studi accreditati hanno confermato il detto “prevenire è meglio che curare”: la prevenzione di un danno ambientale comporta costi economici enormemente più bassi rispetto ad un’azione di recupero successiva. Distruzione di una porzione di foresta da destinare all’agricoltura (spesso di organismi Ogm) può rappresentare una forma di guadagno facile e veloce, ma la conseguente scomparsa di Biodiversità comporterebbe danni maggiori sia qualitativamente sia quantitativamente. Questo è un dato di fatto, ce ne accorgiamo tutti guardano un grafico sull’aumento della CO2 in atmosfera o la recente scomparsa di un’isola al confine tra l’India e il Bangladesh.

L’impressione è di rivivere ancora 40 anni fa, quando il primo problema di un governo e di un popolo era creare e trovare lavoro a qualsiasi costo. La classica gallina oggi, preferita all’uovo domani.

La sinistra più di moda attualmente, tranne alcuni Verdi, si fa portavoce dell’ambientalismo: tutti parlano di difesa dell’ambiente e d’innovazione. Però esultano per i risultati del Brasile.

Una vera coscienza ambientalista in Italia è davvero lontana.

Stefano Erbaggio

Ultima modifica Giovedì 25 Novembre 2010 17:40

Lascia un commento

Inserire i campi obbligatori contrassegnati con (*).