Giovedì 04 Novembre 2010 15:34

A proposito della Costituente ecologista e di una geologia della politica

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Io cambio è lo slogan scelto da Angelo Bonelli per battezzare la Costituente ecologista, un “luogo” da cui tentare il nuovo lancio dell’ambientalismo politico italiano. Lo slogan – come l’impresa stessa - è impegnativo, perché implica cose varie e tutt’altro che scontate.

Anzitutto, implica la necessità di cambiare la politica. Un’impresa immane, costantemente evocata e costantemente disattesa, di cui però l’Italia ha bisogno come l’aria, perché l’aria della cattiva politica sta asfissiando il Paese. Aria nuova per le istituzioni, il diritto, la democrazia, l’amministrazione pubblica, l’organizzazione dello Stato, i programmi di governo. Aria nuova e pulita per un’ecologia della politica. Ma io cambio ci fa pensare anche al dovere di mutare sé stessi, cambiare l’io, impegnarsi in una rigenerazione individuale a partire dalla semplice quotidianità: le abitudini, le parole da dire, le cose da fare, il modo di porsi verso l’altro da sé.
Inoltre, credo che io cambio comporti anche una riflessione sul “cambiamento” in quanto tale, cioè sul confronto con i concetti di innovazione, evoluzione, rivoluzione. Un tema che per l’ecologismo è senz’altro determinante. Qual è il rapporto tra ecologismo e ‘novità’? Cos’è e cosa sarà la tecnologia, per l’ecologismo e il mondo del ventunesimo secolo? Che rapporto intercorre (o vogliamo che intercorra) tra natura e cultura? Dove immaginiamo si collochi il punto di approdo della filosofia ambientalista? In un passato da recuperare o in un futuro da inventare, costruire?
Infine, ma è la questione centrale, io cambio ci dice del bisogno di intervenire sul movimento, sul modo di fare ambientalismo a cinquant’anni dalla nascita di questa eccezionale esperienza culturale, sociale, scientifica, filosofica che ha trasformato e reso migliore il mondo.

Vorrei, in relazione a quest’ultimo punto, sostenere la seguente tesi: la crisi dell’ambientalismo italiano non è il prodotto di una sconfitta ma, al contrario, il paradossale frutto di una stagione vincente. Al di là di limiti, colpe, mancanze, errori (ce ne sono stati a iosa), essa è una crisi di eccesso piuttosto che di difetto. E’ la crisi di chi ha concluso, e con successo ampio, la prima parte del proprio decennale compito, che consisteva nel contribuire a introdurre nella società il tema della responsabilità dell’uomo nei confronti del pianeta, della sua appartenenza ecologica. Un tema inedito, sovversivo, foriero di trasformazioni reali e potenziali che ancora adesso non riusciamo interamente a cogliere. Bene, il tema è posto. E ora? Qui, nel richiesto salto di livello, l’ambientalismo italiano sta venendo meno.
E’ certamente grazie all’azione di avanguardia operata, in generale, dalla cultura ecologista, se oggi abbiamo leggi, regolamenti, direttive comunitarie, accordi internazionali, principi costituzionali dedicati alla questione ambientale. Se abbiamo ministeri e assessorati, agenzie e istituti scientifici. Se abbiamo programmi scolastici, attenzione dei media, inchieste giornalistiche. Se abbiamo impegno civico, associazioni, comitati, gruppi attivi sul territorio.


Se abbiamo un nuovo vocabolario in cui le parole natura, biodiversità, conservazione, diritti degli animali, green economy hanno acquisito legittima cittadinanza. Se la questione ecologica è diventata la questione planetaria per eccellenza. Insomma, se abbiamo un mondo “ecologicamente orientato”.


Tuttavia, un mondo “ecologicamente orientato” non è un “mondo ecologico”. Non lo è ancora e non è detto che lo diventi per forza. E’ una prefazione essenziale, ma alla quale potrebbe non seguire alcuna storia. Anzi, le conquiste faticosamente ottenute, piuttosto che attuarsi, potrebbero trovare controriforma e andare perse. Quindi, cosa fare? Come passare dall’uno all’altro livello? E come cambiare l’ecologismo perché esso possa, a sua volta, determinare il nuovo cambiamento?
La Costituente ecologista non può essere un’operazione meccanica, che si limita ad assemblare sigle, istanze, piccole identità (anzi, il punto è la sovraidentità, la costruzione di una casa comune al “piano di sopra”). Né può essere la nascita, diciamo così, di un movimento “ragionevole”, che abbandoni la politica dei no e si dia semplicemente ai sì. Quella tra ecologismo del sì ed ecologismo del no è in realtà una contrapposizione spesso vuota, strumentale e per lo più retorica, che pure ha egemonizzato il dibattito degli ultimi tempi senza permettere reali passi avanti. Sì e no sono semplici risposte, e come tali dipendono dalle domande (se la richiesta è pessima, la risposta è no). Quali sono le domande a cui rispondere sì o no: ecco una questione rilevante!
Eppure, l’accusa all’ecologismo del no nasconde un risvolto sensato, che può molto aiutarci a inquadrare la questione. Non si tratta di alternare al rosario dei no un sì al momento giusto, un sì ragionevole all’insegna, come si dice, della governabilità. L’obiettivo, ben più grande, è invece quello di edificare il cambiamento. Di pensare oltre la filosofia destruens, da spina nel fianco, da pura opposizione che ha caratterizzato la prima, lunga e fortunata stagione ambientalista, per assumersi tutti gli oneri della seconda stagione e poter così offrire alle conquiste ecologiste, a volte solo teoriche o potenziali, una piena e concreta esistenza. Costruire realmente, fin nei dettagli, l’alternativa ecologista.


L’ecologismo è entrato nella società ufficiale ma non ancora (non del tutto, né in profondità) nella società reale. Società reale significa cultura diffusa, gente comune, consenso, buone pratiche, cattive pratiche, lavoro che manca, centri commerciali, televisione, degrado urbano, degrado naturale, linguaggi, desideri, aspettative. Entrare nella società reale comporta il saper dire a sé stessi e agli altri qual è il futuro che gli ambientalisti desiderano e come intendono costruirlo e perché questo futuro è più auspicabile di un qualsiasi futuro non-ecologico.
E’ quindi evidente che la missione, prima ancora che politica, è di carattere antropologico. Al di qua del livello tematico dei problemi, già di per sé tale da ridurre in mille schegge il movimento, c’è un orizzonte generale di senso in cui è indispensabile soffermarsi. Le grandi sfide della contemporaneità, i concetti di bisogno, consumo, felicità, le sfide dell’ultratecnologia, della realtà virtuale, dell’economia globalizzata, del rapporto ambiente - lavoro - politiche industriali, delle relazioni tra culture, del confronto con la natura non umana: sono sfide di fondo, tecniche e filosofiche al tempo stesso, alle quali è stupido sottrarsi ma che invece bisogna affrontare con tutta la cura necessaria, per preparare il terreno in cui piantare e far crescere gli alberi tematici della buona politica. E’ agricoltura estensiva della mente. Anzi, è geologia, geologia della politica. Solo così, con quest’opera di lavoro nelle fondamenta si potrà passare alla ricerca del consenso, spiegando alla gente che ecologismo vuol dire davvero le cose migliori. E raccontandole, una ad una, le cose migliori.
La Costituente ecologista italiana non fa mistero di ispirarsi a Daniel Cohn-Bendit e alla sua Europa ecologie. Certo, i Verdi francesi sono al 16% e i tedeschi viaggiano tra il 10 e il 20, e un risultato oltre il 7% (sebbene nel contesto per altri versi drammatico di quelle elezioni) lo hanno raggiunto i verdi svedesi. Poi ci sono le felici esperienze di Brasile, Colombia, Australia. Paragonati a queste cifre, i numeri italiani sono impietosi. Ma attenzione: quanti sono gli ecologisti disseminati nella politica italiana? Quanti sono, a livello di dirigenza, base, elettorato, gli ecologisti in SEL, o nel PD, o in Cinque stelle, o nell’Italia dei Valori, o nel Partito Radicale e così via, o persino in certi segmenti di destra dello schieramento politico? Già oggi, insomma, una mera aggregazione automatica della galassia ecologista darebbe risultati non certo irrilevanti, se si considera che il 5-6%, nella bloccatissima politica italiana, è già un quantitativo di potere. Per non parlare del grande bacino di cittadini già fortemente sensibili ai più diversi temi ambientali (naturalisti, ricercatori, animalisti, salutisti, vegetariani, ma anche artisti, movimentisti), che si ritrovano, persi e delusi, nelle nebbie di una politica troppo spesso priva di riferimenti e povera di sentimenti.
Ma l’obiettivo qual è? Aggregare l’elettorato? Raggiungere ‘quantitativi di potere’? Mettere su una nuova parrocchia? Confondere il mezzo con il fine? Oppure ragionare su una rinnovata e aperta comunità ecologista, che contribuisca profondamente alla costruzione dell’alternativa? Se il compito è questo, allora ci vorranno tempo e lavoro, spalle larghe e intelligenze. Ma anche ascolto, capacità di leggere e comprendere le cose, e la pazienza di attraversare le transizioni, e l’ardire di rimettersi in gioco, oltre l’identità.
Io cambio davvero, oppure non serve a granché.
La Costituente ecologista, al di là di partiti, appartenenze, vecchi e nuovi strappi, potrebbe essere un’occasione, una scintilla per tutti. Costruire una casa comune al piano superiore, posata sulle solida fondamenta di una geologia della politica, da cui si veda finalmente l’orizzonte.

Danilo Selvaggi da Il Respiro

www.ilrespiro.eu

Ultima modifica Giovedì 25 Novembre 2010 17:41

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