Primarie del Simbolo: Risultati | Materiali
Attività dei Circoli:
Sabato 14 e Domenica 15... leggi tutto
"Sentiamo ancora più fortemente il tormento di una giustizia incompiuta, ma non brancoliamo nel buio dell'Italia dei misteri, una verità storica si è conseguita": con queste parole il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano –nel giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi (9 maggio) – si è rivolto in particolare ai familiari delle vittime delle stragi rimaste impunite, come Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974) e il treno 'Italicus' a San Benedetto Val di Sambro (4 agosto 1974). Ma ha anche aggiunto: "Bisogna mettere in luce quello che di inconfutabile è emerso dalle carte processuali e dalle sentenze" (anche assolutorie per quanto riguarda le responsabilità personali degli imputati), e cioè "la matrice di estrema destra neofascista di quelle azioni criminali". Nello stesso contesto il presidente Napolitano ha denunciato solennemente come vi sia stata in quegli anni "una attività depistatoria svolta da una parte degli apparati dello Stato".
Ha fatto dunque bene Paolo Morando, con due ampi servizi sul "Trentino" di lunedì 7 maggio 2012 (a due giorni dalla celebrazione del Quirinale), a ricostruire la drammatica vicenda dell'allora giovane anarchico bolzanino Paolo Faccioli, che pagò duramente la "pista anarchica" seguita sistematicamente dalla Questura di Milano (capo dell'ufficio politico era allora Antonino Allegra e commissario alle sue dipendenze era Luigi Calabresi) fin dagli attentati del 25 aprile 1969, che precedettero (insieme alle bombe sui treni del 9 agosto e ancor prima all'attentato allo studio del rettore Opocher a Padova del 15 aprile) la strage di Piazza Fontana a Milano. Per la strage fu accusato l'anarchico Pietro Valpreda (rimasto per anni innocente in carcere e assolto solo molti anni dopo) e fu sospettato l'anarchico Pino Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura milanese dopo tre giorni di fermo illegale (tutta la vicenda è stata ricostruita nel 2009 da Adriano Sofri nel libro "La notte che Pinelli", Sellerio).
Ha ragione Napolitanto a ricordare ancora nel 2012 "l'attività depistatoria svolta da una parte degli apparati dello Stato" e questa azione di depistaggio (ma anche di copertura e di complicità, come poi è emerso ad esempio per la strage di Peteano del 31 maggio 1972, oltre che per la mancata strage davanti al Tribunale di Trento del 18 gennaio 1971) era cominciata già prima della strage di Piazza Fontana, a cui si fa risalire l'inizio della strategia della tensione e delle stragi in Italia.
"Quando Calabresi mi accusava di strage" e "Così il processo spazzò via il teorema della Questura" sono i titoli dei due servizi del "Trentino" che ricostruiscono drammaticamente questa vicenda attraverso la testimonianza di Paolo Faccioli. E da questa documentazione emerge chiaramente come – a fronte di una catena di attentati per i quali poi sono stati condannati i neo-fascisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura – la polizia e la magistratura milanese (giudice istruttore Amati) perseguivano invece sistematicamente gli anarchici (nella speranza anche di riuscire ad "incastrare" l'editore Feltrinelli). Ci vollero altri magistrati – Stiz e Calogero a Treviso, Alessandrini e Fiasconaro a Milano – per rovesciare la "pista anarchica" e per riuscire a far emergere almeno in parte la verità, sia storica che giudiziaria. Per questo mi lascia assai perplesso il filo interpretativo del recentissimo film "Romanzo di una strage" (del pur ottimo regista Marco Tullio Giordana), la cui tesi principale – quella della "doppia bomba" a Piazza Fontana (liberamente ispirata ad un discutibile libro di Paolo Cucchiarelli) – è stata proprio pochi giorni fa dichiarata destituita di fondamento, e quindi archiviata, da un supplemento di indagine della attuale magistratura milanese.
Nel 2007, all'epoca del secondo governo Prodi, nella Commissione affari costituzionali della Camera fui uno dei proponenti della legge che istituì la "giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi". Dal 2008 il presidente Napolitano ha interpretato al meglio lo spirito di quella legge, dando vita in questi ultimi cinque anni alle celebrazioni del Quirinale, in modo da far riemergere, insieme alla doverosa ma spesso dimenticata solidarietà con le vittime, la memoria storica dei fatti di terrorismo (di destra, di sinistra e anche di quello con complicità istituzionali), che rischiavano di scomparire in un oblìo confuso e indistinto.
Già il 30 settembre 1967 Trento aveva conosciuto il sacrificio dei due sottufficiali della Polfer Filippo Foti e Angelo Martini, mentre tentavano di allontanare dal treno "Alpen-Express" una valigia esplosiva, di cui rimasero essi stessi vittime, salvando col loro generoso sacrificio personale molti passeggeri (nel 1974 la tragedia si verificò realmente sul treno "Italicus", diretto al Brennero, e anche quella strage è rimasta impunita). Per anni, da parlamentare, avevo mantenuto i contatti col figlio di Martini, Paolo, poi sciaguratamente morto lui stesso in un incidente stradale, senza aver mai potuto avere giustizia per la morte di suo padre e del suo collega Foti.
E ha fatto bene, nel giorno della memoria, Lorenzo Dellai a ricordare anche Fausto Tinelli, un giovane trentino assassinato a Milano il 18 marzo 1978 (nei giorni drammatici del sequestro Moro) insieme al suo compagno Lorenzo 'Iaio' Iannucci: anche in questo caso due vittime della violenza politica, che non hanno mai avuto giustizia ("pur con significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva", ha scritto nel 2000 il Gup Clementina Forleo). Ed è stato molto bello che in questo 9 maggio, per la seconda volta (dopo il 9 maggio 2009, nel quarantennale di Piazza Fontana) un gruppo di giovani trentini, autori di due volumi finalizzati proprio a mantenere viva la memoria storica e le testimonianze personali, siano stati tra i protagonisti della cerimonia al Quirinale, anche con l'intervento pubblico di Anna Brugnolli, in loro rappresentanza.
Come è stato bello e importante che a "condurre" l'incontro presidenziale sia stata Silvia Giralucci (che ho conosciuto bene a Padova, per il suo impegno di volontariato nel carcere con "Ristretti orizzonti" di Ornella Favero), figlia di Graziano Giralucci, il quale, insieme a Giuseppe Mazzola, fu la prima vittima di un duplice omicidio ad opera delle Brigate rosse il 18 giugno 1974. Silvia ha scritto l'anno scorso un libro, "L'inferno sono gli altri" (Mondadori), dedicato a ricostruire le drammatiche vicende padovane degli anni '70, che ricordo per esperienza diretta, avendo insegnato in quegli anni all'Università di Padova. Anche Benedetta Tobagi (lei pure citata da Napolitano) ha scritto un libro sulla tragica vicenda di suo padre Walter, il giornalista del "Corriere della sera" assassinato a Milano 28 maggio 1980: "Come mi batte forte il tuo cuore" (Einaudi, 2009).
Silvia aveva un padre di destra (lei non lo è, ma lo ricorda con amore), Benedetta aveva un padre socialista, entrambe piccolissime all'epoca dell'omicidio dei loro genitori. Ed oggi sono capaci di affrontare con determinazione, ma senza rancore e risentimenti, l'obbligo della memoria e sono davvero l'esempio di una più giovane generazione, che ha saputo uscire con dignità, ma senza cedere all'oblìo, dal tunnel degli anni di piombo. Una lezione che anche le generazioni ancor più giovani – ne è dimostrazione l'esperienza trentina di Anna Brugnolli e dei suoi amici – hanno saputo cogliere, per un'opera di pacificazione della memoria, che sia l'opposto della colpevole rimozione.
Marco Boato
"Siamo sereni, perché è stato fatto tutto il possibile. Ormai, questa è una vicenda che va affidata alla storia, ancor più che alla giustizia": con queste icastiche parole il pubblico ministero Roberto Di Martino ha commentato sabato 14 aprile 2012 la sentenza di assoluzione, con cui si è concluso il processo in Corte d'assise d'appello per la strage di Brescia del 28 maggio 1974. Parole che nascondevano l'amarezza di una sconfitta e una profonda delusione, anche umana, per l'esito fallimentare di un processo nel quale pur era stato protagonista dell'accusa.
Il magistrato, insieme al suo collega Francesco Piantoni, aveva davvero fatto di tutto per portare alla luce la verità anche in sede giudiziaria, pur a distanza di 38 anni da quella orribile strage, verificatasi in Piazza della Loggia nel corso di una manifestazione antifascista promossa dalle tre organizzazioni sindacali, nel pieno della strategia della tensione che aveva cominciato ad insanguinare l'Italia dal 1969.
Come già si era verificato nel processo di primo grado con gli stessi imputati (ma altri processi sulla stessa strage, con altri imputati, avevano avuto in passato lo stesso esito), a fronte delle richieste di condanna all'ergastolo per i nazi-fascisti veneti di "Ordine Nuovo" Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte (quest'ultimo anche confidente dei servizi segreti) e per il generale dei carabinieri (all'epoca capitano) Francesco Delfino, la sentenza della Corte d'assise d'appello, presieduta dal giudice Enzo Platè, ha rinnovato la pronuncia di una sentenza di assoluzione. Con questa agghiacciante aggiunta (come si era già verificato nell'ultimo processo, con esito analogo, per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano): "condanna le parti civili al pagamento delle spese processuali". Rimaste senza giustizia per 38 anni, dunque, le parti civili – cioè i parenti delle vittime morte o le vittime stesse rimaste ferite – hanno subìto l'ultima beffa, fortunatamente attenuata – di fronte alla generale indignazione - dalla decisione del Governo Monti (anche il governo era parte civile nel processo) di accollarsi tutte le spese anche per le altre parti civili.
Il presidente della Associazione dei familiari delle vittime, Manlio Milani, era presente anche lui quel 28 maggio 1974 in Piazza della Loggia a Brescia e vide saltare in aria la moglie Livia e un gruppo di amici, con i quali la sera prima aveva deciso di partecipare alla manifestazione. In questi decenni non ha mai cessato, con ferma determinazione e con grande equilibrio, di impegnarsi per far perseguire dalla magistratura i mandanti e gli esecutori della strage, girando contemporaneamente l'Italia – soprattutto nelle scuole e nelle università (qualche tempo fa anche a Trento, nella facoltà di Giurisprudenza) – per portare la sua testimonianza, affinché non cali l'oblio su quel crimine orribile e in generale sulla strategia della tensione, che ha dilacerato l'Italia per tanti anni.
Questo il suo commento a caldo, dopo l'ennesima sentenza di assoluzione: "Ci fu un disegno eversivo, ma anche istituzionale, messo in atto nel contesto politico italiano dei primi anni Settanta, ovviamente inserito in quello internazionale". Un disegno "che ha potuto contare su una serie incredibile di coperture e depistaggi, scattati fin dalle prime ore, da cui derivano le assoluzioni di oggi." E ancora: "C'è la prova che gli apparati dello Stato seppero quasi subito chi organizzò l'attentato, ma hanno taciuto e nascosto la verità".
Non molto dissimili sono state le ulteriori dichiarazioni – dopo quella iniziale di sconforto e quasi di abbandono del campo – del magistrato d'accusa Roberto Di Martino: "L'impegno da parte nostra è stato massimo, abbiamo ricostruito quello che accadde; ma pesano soprattutto i depistaggi degli anni passati. I servizi segreti erano informati degli attentati che si andavano preparando: perché tennero quelle carte nei cassetti? Perché quei documenti sono stati scoperti casualmente solo nel 1992?"
Dunque, nessun colpevole per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano, così come per la strage di Brescia del 28 maggio 1974 a Brescia e come anche per la strage sul treno "Italicus" a San Benedetto Val di Sambro (Bologna) del 4 agosto 1974. Per la strage di Peteano (Gorizia) del 31 maggio 1972 è stato invece condannato un neo-fascista reo confesso, Vincenzo Vinciguerra, dopo ripetuti depistaggi nei quali ebbero un ruolo preminente ufficiali dei carabinieri, nonostante le vittime fossero proprio tre carabinieri esplosi a causa di un'auto-trappola. E lo stesso Vinciguerra ha poi ricostruito rigorosamente i meccanismi di copertura delle stragi, messe in atto da militanti di estrema destra, ma con la complicità di settori degli apparati segreti e di polizia dello Stato.
Per il terrorismo politico di sinistra (Brigate rosse, Prima linea e altre formazioni minori) e anche di destra (Avanguardia nazionale, Nuclei di azione rivoluzionaria - NAR, Terza Posizione, Ordine nero) la verità giudiziaria e la verità storica sono arrivate, nel corso dei decenni e di innumerevoli processi, tendenzialmente a coincidere. Invece, per la strategia "stragista", frutto della strategia della tensione che trova le sue origini nella "guerra non ortodossa" già alla metà degli anni '60 (ben prima, quindi, di Piazza Fontana), ci si trova di fronte ad una totale divaricazione.
Salvo che per la strage di Peteano (ma solo perché in quel caso si è riusciti a far emergere i depistaggi ed è poi comparso un reo confesso, che ha inteso denunciare i meccanismi di copertura istituzionale nell'utilizzo dei militanti di estrema destra) e salvo che per l'esito processuale della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (un esito che ha lasciato numerose perplessità e che in futuro potrebbe portare ancora a qualche sorpresa, non essendo mancati neanche in quel caso ripetuti depistaggi istituzionali), per le principali stragi che hanno insanguinato l'Italia, in sede giudiziaria, sono emersi sterminati materiali documentari sul ruolo dei gruppi neo-fascisti e nazi-fascisti, ma, a causa delle coperture e dei depistaggi istituzionali, non si è riusciti ad arrivare a sancire le responsabilità penali personali.
Sarebbe tuttavia un grave errore indulgere ad una "vulgata" superficiale e fuorviante, secondo cui su quelle stragi "non si sa nulla". Si sa invece moltissimo, perché nel corso dei decenni sono emersi i meccanismi di copertura e di complicità e sono apparsi alla luce in tutti i processi i ruoli soprattutto dei gruppi nazi-fascisti veneti, anche se la magistratura giudicante non ha ritenuto di avere prove sufficienti per emettere sentenze di condanna. Ma gli atti istruttori, i materiali di indagine, le motivazioni delle sentenze – anche quelle di assoluzione – rimangono e costituiscono ormai una documentazione vastissima e impressionante.
Pochi ormai lo ricordano, ma Trento all'inizio degli anni '70 era stata teatro di uno dei capitoli della strategia della tensione, che aveva fatto emergere molti elementi di verità sul ruolo degli apparati "paralleli" (e non solo) dello Stato. Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1971 fu ritrovato davanti al Palazzo di Giustizia di via San Francesco un ordigno, con l'innesco " a pendolo", che sarebbe stato destinato ad esplodere la mattina dopo nel corso di una manifestazione studentesca davanti allo stesso Tribunale per un processo a due operai. Sarebbe stata una carneficina, con decine di morti (almeno 50, disse poi il perito), e la responsabilità sarebbe stata attribuita agli stessi studenti.
Nel corso di una lunga indagine, di cui io stesso fui protagonista in collaborazione con la magistratura inquirente (l'allora pubblico ministero Gianfranco Jadecola), venne scoperto che i due presunti autori della mancata strage erano due confidenti al servizio plurimo degli apparati dello Stato, per cui si giunse non solo al loro arresto, ma alla carcerazione di un vicequestore della polizia, di un colonnello dei carabinieri e di un colonnello del SID (il servizio segreto militare). Rinviati tutti a giudizio, furono tuttavia tutti assolti dal Tribunale di Trento, chi con formula piena e chi "per insufficienza di prove". Anche in quel caso, dunque, una totale divaricazione tra verità giudiziaria e verità storica. Ed è singolare che chi ricostruisce le vicende storiche degli anni '70 a Trento sia spesso così smemorato o così reticente nel ricordare quella terribile vicenda, che solo per caso non provocò una strage di proporzioni ancora maggiori di quelle di Brescia o di Milano.
Del resto, in recenti indagini d'opinione fatte sugli studenti attuali di Milano, è emerso che la maggior parte di loro non sa nulla della strage di Piazza Fontana o che molti di loro ritengono trattarsi di un crimine commesso... dalle Brigate rosse. La strage è del 12 dicembre 1969 e le Brigate rosse sono nate nel 1971 ed hanno commesso il loro primo duplice omicidio a Padova nel giugno 1974. Dunque, qui non si tratta né di verità storica né di verità giudiziaria, ma semplicemente del fatto che nella memoria è rimasto solo il terrorismo di sinistra e che tutto il resto è stato cancellato o divorato in un vortice di ignoranza abissale.
Bisognerà dunque non arrendersi all'oblio, e neppure alle versioni romanzate di queste vicende. Proprio nei giorni della sentenza di Brescia, è uscito nei cinema il film di Marco Tullio Giordana (un ottimo regista, per altri aspetti) dedicato alla strage di Piazza Fontana, con il titolo "Romanzo di una strage". Pur ben recitato e fortemente coinvolgente sul piano scenico, purtroppo il film stravolge gravemente la verità dei fatti storici e persino quella giudiziaria comunque acquisita. Alla fine lo spettatore ignaro ne esce con una gran confusione tra anarchici e neo-fascisti veneti, alimentata dal pressappochismo di un recente libro (di Paolo Cucchiarelli) cui il film si è in parte ispirato. Non si è fatto un buon servizio in questo modo né alla memoria storica (per la quale voglio ricordare l'ottimo Piazza Fontana di Giorgio Boatti per Einaudi), né a quella parte di verità che pur è stata accertata sul piano giudiziario. Le stragi sono state un fatto terribile nella storia italiana: trasformarle in un "romanzo" fantapolitico non aiuta né chi ha vissuto quel tragico periodo a ricordare, né le giovani generazioni a conoscere e soprattutto a capire.
In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad un proliferare di marce e manifestazioni in tutto il mondo, per protestare contro le risposte della politica alla crisi economica, ritenute inefficaci e fortemente sfavorevoli ai giovani: dagli Indignados spagnoli ai giovani manifestanti di Occupy Wall Street, dai manifestanti delle cosiddette "primavere arabe" alle manifestazioni femministe di "se non ora quando" e mille altre marce pacifiste, molte delle quali confluite nel grande evento "United for global change" del 15 ottobre 2011 che ha visto milioni di persone, specialmente giovani, manifestare contemporaneamente in tutti i paesi del globo.
Per certi versi questo grande fermento culturale e politico potrebbe ricordare quanto accadde nel '68; la rabbia e l'indignazione di fronte alle tante ingiustizie è certamente simile, la voglia di cambiare sicuramente non manca ed è sincera e profonda e in molti casi si stanno anche producendo elaborazioni interessanti, con analisi e proposte politiche anche più mature di quanto non fosse accaduto nel '68.
Quello che a mio avviso manca, però, o per lo meno ancora scarseggia in questo momento storico, è la speranza.
Una ragionevole speranza che le cose possano davvero cambiare.
Una ostinata speranza che spingeva i giovani sessantottini a gridare "siate realisti, chiedete l'impossibile", con le parole di Albert Camus.
Una speranza organizzata, che diviene capacità di proposta politica reale.
Occorre dunque, in questo preciso momento storico, più di ogni altra cosa, coltivare la speranza. Specialmente nei giovani!
Speranza che non è pia illusione di un cambiamento possibile o fuga dalla realtà verso un'utopia, ma consapevole e determinata ricerca di proposte alternative, tenace impegno volto a promuovere creatività sociale e tradurla poi in progettualità politica concreta, facendo tesoro anche delle tante esperienze virtuose del passato o realizzate in altri paesi, in uno scambio intergenerazionale e interculturale che appare l'unica via realistica per tracciare un cammino nuovo. Un cammino che vada oltre la mera riproposizione di prassi consolidate che hanno ormai mostrato tutti i propri limiti.
C'è ovunque un grande risveglio della voglia di partecipazione e di protagonismo democratico. Una partecipazione che aspira a superare la mera rappresentanza per farsi democrazia partecipativa, non alternativa ma certo complementare alla prima.
Se questi mille rivoli di partecipazione dal basso sapranno unirsi per produrre un'elaborazione condivisa e una proposta politica alternativa, fondata sul paradigma dei beni comuni - affermatosi trionfalmente con il referendum sull'acqua dello scorso giugno - e sulla ormai inevitabile conversione ecologica, credo che saremo capaci di raccogliere la forza e il consenso necessari a produrre quel cambiamento di cui tutti avvertono la profonda necessità, ricucendo anche lo strappo fra le generazioni che oggi appare davvero come un nervo scoperto della nostra società.
Per fare questo occorre che le istanze della società civile si incontrino e si intreccino con le tante esperienze amministrative alternative che negli ultimi anni si stanno organizzando e coordinando a partire dalle reti di Comuni -dall'Associazione dei Comuni Virtuosi alla Rete dei Comuni Solidali, alla Rete Nuovo Municipio, alla Rete Città del Bio o alla Rete degli Enti locali per la Pace- fino alle migliori esperienze ed elaborazioni a livello europeo.
Allargare l'orizzonte alla dimensione europea può risultare fecondo e contribuire concretamente alla diffusione di un paradigma culturale nuovo, su cui fondare una politica sana che riavvicini i cittadini alle istituzioni e ridia speranza al nostro futuro.
Società civile sia rappresentata nelle istituzioni. Noi vogliamo colmare il vuoto dei partiti
Nel periodo di transizione che porterà all’Assemblea programmatica e statutaria di Giugno, il comitato di coordinamento politico di “Ecologisti e Reti Civiche-Verdi Europei” ha deciso per la nomina di un portavoce uomo e di uno donna del movimento, secondo il principio della parità dei sessi: si tratta di Michele Dotti e Mary Luppino.
Fra i primi promotori della nascita del movimento federato “Ecologisti e Reti civiche-Verdi Europei”, Michele Dotti, originario di Faenza in provincia di Ravenna, ha 38 anni ed è educatore, formatore e scrittore. Da anni promuove laboratori didattici sull'educazione alla mondialità, all'intercultura, alla pace e tiene corsi di formazione per insegnanti. E’ stato per anni volontario con l'ONG Mani Tese in Africa, gestisce un blog personale, uno spazio sul FattoQuotidiano.it ed è autore di diversi saggi. Dotti è anche il promotore dell'Appello "Abbiamo un sogno"(www.abbiamounsogno.it) che ha raccolto migliaia di adesioni on-line anche da parte di importanti esponenti della società civile italiana.
«La classe dirigente del nostro paese non rappresenta più da tempo il valore reale della nostra società sui temi della democrazia, dell’ecologia e dei beni comuni – ha commentato Michele Dotti a margine della propria nomina-. Noi crediamo che sia ora per la società civile di esprimere una propria rappresentanza all'interno delle Istituzioni, a tutti i livelli, affinché le elaborazioni e le proposte delle sue diverse anime (ecologista, pacifista, della solidarietà, della legalità...) possano trovare voce e contribuire a risollevare il nostro paese, restituendo dignità e speranza ai tanti che oggi guardano al futuro con disperazione. Intendiamo promuovere la partecipazione attiva di tutti i cittadini – continua il neo-portavoce - affinché possa emergere, dal basso, una visione alternativa rispetto a quella dominante, che sappia fondere sostenibilità ambientale ed equità sociale, per dare risposte concrete ai problemi di oggi e con un'attenzione particolare anche alle generazioni future».
Mary Luppino, classe '68 è giornalista pubblicista ed esperta di comunicazione. Dirige diversi periodici locali ed è da sempre impegnata nel volontariato e nell'associazionismo Slow Food, Libera e Legambiente e coordinatore del movimento civico Noi Cento. Nel 2011 la Luppino ha ottenuto un risultato lusinghiero come candidata sindaco a Cento, la città emiliana che ha dato i natali al Guercino.
«In un momento come questo dove i partiti godono di bassissima fiducia e considerazione, presentare un altro soggetto politico nazionale può sembrare anacronistico – aggiunge la portavoce, fresca di nomina - ma Ecologisti e Reti Civiche-Verdi Europei, possono - se sapranno radicarsi sul territorio - proporre una speranza, un sogno, un progetto che non sia subalterno al modello politico ed economico che ci hanno imposto finora e che è la causa della crisi che stiamo vivendo. La mia esperienza di candidato sindaco – continua la Luppino - con una campagna elettorale completamente autofinanziata dai cittadini e con tutti i grandi partiti contro, è stata la mia personale “cartina di tornasole” che dimostra che il progetto Ecologisti e Reti Civiche-Verdi Europei è possibile. In questo periodo sono impegnata nella campagna elettorale di una città importante come Taranto, a sostegno di Angelo Bonelli che è candidato sindaco. Qui da sempre la salute viene barattata con il lavoro; noi vorremmo garantire – conclude la portavoce - lavoro, dignità e salute, un ambiente sano dove far crescere i propri figli e questo non è un sogno, si può fare, solo se cominciamo a lavorare per un’economia sostenibile e solidale che di certo non è il portato dei politici che ci governano oggi. Noi vogliamo e siamo in grado di colmare questo vuoto”.
Lunedì 16 aprile 2012
Come sapete, abbiamo anche noi avviato da tempo un percorso costituente per un nuovo soggetto politico ecologista e civico, all'origine del quale sono gli appelli "Io cambio" http://www.ecologistiecivici.it/i-nostri-appelli/appello-io-cambio.html e "Abbiamo un sogno" http://www.ecologistiecivici.it/i-nostri-appelli/appello-abbiamo-un-sogno.html che diversi di voi hanno sottoscritto.
L'intento del nostro percorso è quello di "arrivare alla costituzione di un soggetto politico nuovo, con ambizioni di governo" partendo dalla consapevolezza "di essere giunti alla fine del paradigma dello sviluppo e della crescita infinita" e dalla necessità di proporre un modello non solo politico, ma anche culturale ed economico, alternativo a quello attuale e capace di rispondere concretamente alle sfide che la storia ci pone dinnanzi e che anche voi avete così chiaramente indicato nel vostro Manifesto.
(Potete trovare qui la nostra carta d'intenti: http://www.ecologistiecivici.it/carta-degli-intenti.html)
A tale scopo abbiamo avviato da tempo un percorso realmente partecipato e sperimentiamo ogni giorno la difficoltà e la fatica di passare dalle parole ai fatti. Abbiamo una leadership plurale e a parità di genere, caratteristiche che consideriamo una ricchezza.
Il paese ha già dimostrato, con i risultati referendari, di essere molto più avanti della classe dirigente che lo rappresenta sui temi della democrazia, dell'ecologia e dei beni comuni. La vicenda TAV, così come il tema dell'acqua pubblica, le privatizzazioni, le logiche liberiste imperanti -distruttrici di diritti, salute e posti di lavoro, oltre che della speranza in un futuro migliore per i nostri giovani- hanno più volte sollevato vasti movimenti popolari spontanei, orfani però di una classe politica credibile, coesa e all'altezza della difficile situazione.
Nel vostro manifesto leggiamo la volontà, da noi condivisa, di rispondere a questa necessità del paese avviando un percorso partecipativo aperto, al quale riteniamo di poter offrire un contributo significativo attraverso la prospettiva ecologista, all'interno comunque di una visione plurale che sappia integrare i diversi paradigmi culturali, facendo della diversità un valore.
Per questo vi chiediamo un incontro a breve per aprire un dialogo che speriamo fecondo, fondato sulla fiducia e sulla stima reciproca, nella consapevolezza dei limiti di ciascuno di noi, ma certi anche che -come recita un proverbio africano- "quando le formiche uniscono le loro bocche possono trasportare un elefante".
Un caro saluto e a risentirci presto,
Angelo BONELLI, Michele DOTTI, Domenico FINIGUERRA, Brigitte FOPPA, Mary LUPPINO, Violante PALLAVICINO, Giuliano TALLONE, Luana ZANELLA
Comitato di Coordinamento politico di "Ecologisti e Reti Civiche-Verdi Europei"
Oggi si terranno i suoi funerali, e con lui se ne va un osservatore attento, profondo, e mai banale, della nostra società, dei processi sociali, del mondo del lavoro, capace di raccontare i mutamenti del nostro frenetico tempo mentre questi sono ancora in divenire. Dai movimenti operai al sindacato, passando per la lunga esperienza delle cattedre universitarie, Pino ha sempre portato innovazione ed entusiasmo in qualsiasi esperienza della sua vita, interpretandola sempre con lo spirito rivoluzionario che ha chi vuole cambiare la società, per renderla più giusta. Segretario dello PSUIP di Torino, autore dei Quaderni Rossi, dirigente della sinistra (PSI, PSIUP,PDUP,DP), co-fondatore de Il Manifesto, poi sociologo, non ha mai smesso di studiare Pino, e tra le ultime cose che ci lascia ci sono gli scritti sui movimenti giovanili di tutto il mondo, da quelli di Wall Street, a quelli della Primavera Araba, in cui vi ritroviamo una lucidissima capacità di analisi circa il web, e di “connessione” che produce “associazione”. Una capacità di lettura dei fenomeni sociali, e di interpretazione del mondo, unita a quella visione per il futuro talmente rara, e di cui abbiamo bisogno di questi tempi, che ci faranno mancare ancor di più Pino Ferraris.
Angelo Bonelli
Si è appena conclusa l’assegnazione del premio Personaggio Ambiente Italia 2011. Il vincitore di questa edizione è Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano, eletto dall’insindacabile giudizio del popolo del web con quasi il 17% dei voti.
Il Comitato Tecnico, composto da direttori di testate giornalistiche ambientali, giornalisti, responsabili di siti e blogger italiani di canali ambientalisti, vuole invece conferire una menzione speciale al Forum italiano dei movimenti per l’acqua, promotori e fondamentali sostenitori per il referendum sull’acqua pubblica dello scorso giugno.
Grande partecipazione di pubblico e grande soddisfazione per il premio Personaggio Ambiente Italia 2011, con oltre 7.500 votanti e tantissime nuove adesioni; come spiega Mario Notaro, segretario del Comitato Tecnico
"Siamo orgogliosi e felicemente stupiti della partecipazione del popolo del web al Premio. Abbiamo, infatti, più che raddoppiato i voti rispetto all’edizione precedente, sintomo del crescente interesse a tematiche legate all’ambiente, al clima, alla sostenibilità. Premiare una personalità che si è distinta per l’impegno nei confronti del notro Pianeta, in termini di sviluppo osstenibile, è un modo di veicolare l’attenzione di media e opinione pubblica su un tema di interesse comune: la salvaguardia dell’ambiente."
Il premio va a Domenico Finiguerra per il suo impegno nel movimento nazionale “Stop al Consumo di Territorio” che ha preso il via da Cassinetta di Lugagnano nel 2009. Il sindaco della cittadina della provincia di Piacenza è stato anche tra i primi firmatari per la Costituente Ecologista Civica. Tra i nomi candidati per il premio Personaggio Ambiente 2011 vi erano anche Wangari Maathai, Gisele Bundchen e molto altri volti noti nel campo della difesa dell’ambiente e dell’ecologia, per un totale di 21 candidati scelti dal popolo del web per essersi distinti con le loro idee e con le loro azioni nel settore ambientale in Italia. Tra questi, il secondo posto del premio Personaggio Ambiente 2011 va ai pescatori di Torre Guaceto, con il 14,2% di voti. Essi si sono distinti per aver scelto un progetto di pesca sostenibile nella Riserva di Torre Guaceto (Brindisi), in collaborazione con il Consorzio di Gestione dell’Area Marina Protetta, decidendo di pescaee una volta a settimana, unicamente in una zona specifica, con reti più corte e maglie più larghe, azione che ha permesso il recupero della fauna ittica e dell’ecosistema nel suo complesso. Il terzo posto è invece per Peter Brandauer, presidente di Alpine Pearls, associazione di promozione per una vacanza ecocompatibile nei paesaggi incontaminati delle Alpi italiane.
Dati spoglio Primarie del Simbolo del 29 e 30 ottobre 2011
Tutti i dati sono disponibili sul sito dedicato alle primarie
di Guido Viale
Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l’apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?
Non o non solo – come sostengono più o meno tutti i media ufficiali – che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l’infrastruttura e l’organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall’infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte – e per lo più – moltiplicano quei danni, com’è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami.
Non è stato lo tsunami a frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager, amministratori e comunicatori: l’apocalisse li ha trovati intenti a mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà si incarica di svelare. È un’intera classe dirigente, non solo del nostro paese, ma dell’Europa, del Giappone, del mondo, che l’apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più “leggero”: Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent’anni. Ma non erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque: c’era da fidarsi allora? E c’è da fidarsi adesso?
Per chi non ha la possibilità o la voglia di sviluppare un pensiero critico e si lascia educare dai media, sono gli scienziati e i tecnici a poterci e doverci guidare lungo la frontiera dello sviluppo. I risultati di quella guida sono ora lì davanti ai nostri occhi. L’apocalisse ci rivela invece che sono gli artisti, con la loro sensibilità e il loro disinteresse, a instradarci verso la scoperta del futuro. Leggete Terra bruciata di James Ballard o, meglio ancora, La strada di Cormac McCarthy; o andate a vedere il film tratto da questo romanzo. Vi ritroverete immediatamente immersi in panorami che oggi le riprese televisive della costa nordorientale del Giappone ci mettono davanti agli occhi. E con McCarthy potrete rivivere anche il senso di abbandono, di terrore, di sconforto, di inanità che solo una irriducibile voglia di sopravvivere a qualunque costo e il fuoco di un legame affettivo indissolubile riesce a sconfiggere.
L’apocalisse ci rivela che la normalità – quella che ha contraddistinto la vita di molti di noi per molti degli anni passati, ma che non è stata certo vissuta dai miliardi di esseri umani che hanno fatto le spese del nostro “sviluppo” e del nostro finto “benessere” – è finita o sta per finire per sempre. È finita per il Giappone – e non solo per le popolazioni sommerse dallo tsunami – che ora deve fermare le sue fabbriche, sospendere le sue esportazioni, far viaggiare a singhiozzo i suoi treni, chiudere le pompe di benzina, spegnere le luci, bloccare tutti o quasi i suoi reattori nucleari; senza sapere con che cosa sostituirli e senza sapere se e quando potrà riprendersi da un colpo del genere (un destino simile a quello che potrebbe far piombare di colpo la Francia nelle condizioni di un paese “sottosviluppato” se solo le accadesse un incidente analogo). I tanti programmi di «rinascita del nucleare» varati negli ultimi anni – che sono la risposta più irresponsabile e criminale alla crisi economica mondiale – si rivelano una truffa: il tentativo di far credere che con l’atomo consumi, sviluppo ed “emersione” di paesi che annoverano miliardi di abitanti possano riprendere e continuare a crescere come prima. Tant’è che quei programmi stavano andando avanti – e forse verranno mantenuti ancora per un po’ – soltanto nei paesi senza nemmeno la parvenza della democrazia (tra cui l’Italia). Ma adesso tutti, o quasi, si dovranno fermare.
Ma non saranno rose e fiori neanche per i paesi che viaggiano a petrolio, metano e carbone, come il nostro. Il Medio Oriente è in fiamme e se – o meglio, quando – crollerà il regno saudita, anche il petrolio arriverà con il contagocce. Soprattutto in Italia; ma anche in Europa. E allora addio sogni di gloria per l’industria automobilistica: non solo quelli di Marchionne (che sono un mero imbroglio), ma anche per quelli di tutta l’Europa. Per non parlare degli Stati Uniti: a giugno dovranno rinnovare una parte del loro debito, che è ben più serio e in bilico di quelli di tutti i paesi dell’Unione europea messi insieme; ma forse nessuno lo vorrà più comprare. Il che significa che un nuovo crack planetario è alle porte.
Insomma, niente sarà più come prima. Era già stato detto all’indomani dell’11 settembre; ma poi ciascuno ha continuato a fare quello che faceva prima. Comprese le guerre; compresa le speculazioni finanziarie e la reiterazione della crisi che essa si porta dietro; e che è stata invece trattata come «un incidente di percorso», da cui riprendere al più presto la strada di prima, discettando sui decimali di Pil che da un momento all’altro potrebbero invece precipitare di un quinto o di un terzo.
Quello che l’apocalisse dello tsunami in Giappone ci rivela è la “normalità” di domani. L’apocalisse è già tra noi, in quello che facciamo tutti i giorni e soprattutto in quello che non facciamo. Dobbiamo imparare ad attraversare e a vivere dentro un panorama devastato, dove niente o quasi funziona più: non solo per il crollo o il degrado delle sue strutture fisiche; o per l’intasamento della loro “capacità di carico”; ma anche e soprattutto per la manomissione delle linee di comando, per la paralisi delle strutture organizzate, per la dissoluzione dello spirito pubblico calpestato dalle menzogne e dall’ipocrisia di chi comanda.
Volenti o nolenti saremo obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare come riorganizzare le nostre vite in termini di una maggiore sobrietà; e in modo che non dipendano più dai grandi impianti, dalle grandi strutture, dalle grandi reti, dai grandi capitali, dalle grandi corporation che li controllano e dalle organizzazioni statali e sovrastatali che ne sono controllate: tutte cose che possono venir meno, o cambiare improvvisamente aspetto dall’oggi al domani.
Dobbiamo adoperarci per mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero: perché solo di lì si può partire per costruire delle reti sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte a una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi ambientale, a una nuova crisi finanziaria che è alle porte, al disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si aggrava di giorno in giorno; e persino a una crisi alimentare che potrebbe farsi improvvisamente sentire anche in un paese del “prospero” Occidente. Le fonti rinnovabili, l’efficienza e il risparmio energetici, il riciclo totale dei nostri scarti, un’agricoltura a chilometri zero, la salvaguardia e il riassetto del nostro territorio, ma soprattutto uno stile di vita più sobrio e restituito alla socievolezza sono i cardini e la base materiale di una svolta del genere. Va bene tutto ciò che va in questa direzione; anche le piccole cose. Va male tutto ciò che vi si oppone: soprattutto la rinuncia a un pensiero radicale.
In questa settimana si decidono le sorti del fotovoltaico e dell'eolico in Italia, con l'approvazione in Consiglio dei ministri di una legge che di fatto chiude entrambi i settori industriali e mette in seria difficoltà anche l'installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle case private. Il settore delle rinnovabili chiede la solidarietà di tutti coloro che pensano che le rinnovabili siano una risposta alla crisi energetica,e a quella congiunturale, alla dipendenza dal petrolio e dal gas libico e una risposta al'effetto serra. E chiede che si mandi una lettera (quella che segue) alla Presidenza del consilgio e a vari ministeri (indirizza mail in basso) per scongiurare la morte per decreto di uno dei pochi comparti produttivi che in questi ultimi anni ha funzionato nel paese.
Leggete, inviate e diffondete.
On. Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Ministro dello Sviluppo Economico
On. Ministro dell'ambiente, della tutela della natura e del mare
On. Ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali
In questi giorni, si decide la morte per decreto delle energie rinnovabili in Italia. Quindicimila famiglie rischiano di perdere in pochi mesi il posto di lavoro, un indotto che occupa altre 100.000 persone sarà colpito. E' un prezzo altissimo, in termini sociali ed economici, che verrà pagato da uno dei pochissimi settori produttivi non colpiti dalla crisi e da un numero importante di lavoratori e famiglie. E' quello che succederà se il Consiglio dei Ministri approverà il decreto sulle rinnovabili nella versione che circola in questi giorni all'interno del Parlamento e su cui si leggono anticipazioni di stampa.
Dopo pochi mesi dalla (lungamente attesa) approvazione, nel mese di agosto dello scorso anno, della legge sul nuovo conto energia, lo scorso 31 gennaio la Commissione europea ha adottato, come noto, una raccomandazione in cui invita gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, causa di incertezza sul mercato e di congelamento degli investimenti.
A dispetto di queste premesse nelle bozze del decreto legislativo rinnovabili leggiamo la previsione di introdurre retroattivamente un limite vincolante di 8.000 MW. Un vero e proprio tetto al fotovoltaico, più di 6 volte inferiore a quello fissato dalla Germania. È questa la prospettiva che annienterebbe il settore fotovoltaico a partire dalla prossima settimana con l'eventuale approvazione in Consiglio dei Ministri. A farne immediatamente le spese saranno circa 120.000 lavoratori impiegati direttamente e indirettamente nel fotovoltaico, e 160 mila famiglie italiane che non potranno diventare indipendenti sul piano energetico.
In queste condizioni un'industria nascente è condannata a morte prima ancora di essere diventata pienamente adulta. Se nell’arco di pochi giorni non si riuscirà a introdurre dei correttivi, il fotovoltaico rischia una Caporetto, con ripercussioni molto pesanti sia in termini occupazionali che di credibilità del sistema Paese. Mentre gli Stati Uniti di Obama, pur in presenza di un taglio delle spese pubbliche molto robusto, mantengono saldo il timone verso lo sviluppo delle rinnovabili, l’Italia rischia un nuovo tracollo dopo quello degli anni Ottanta.
Siamo sbigottiti, è incomprensibile. Non è abbastanza promuovere l'ambiente e la salute di noi tutti, generare ricchezza e dare lavoro a oltre 15.000 addetti diretti e fino a 100.000 indiretti, offrire l'opportunità a oltre 160.000 famiglie di diventare indipendenti energeticamente? Quali interessi si vogliono davvero tutelare? Chi sono i poteri forti che stanno eliminando ad una ad una tutte le rinnovabili? Prima l'eolico, oggi il fotovoltaico. Che destino attende un paese che distrugge sistematicamente le proprie opportunità di sviluppo?
Nonostante il parere positivo in sede di Commissioni Parlamentari (per cui lo schema di decreto attuativo della direttiva 2009/28 sull’energia da fonti rinnovabili si inserisce nel quadro della politica energetica europea volta a ridurre la dipendenza dalle fonti combustibili fossili e le emissioni di CO2) il dibattito in corso, specie per le notizie di stampa spesso espressione di interessi non necessariamente palesi e esplicati in sede politica e sociale, sembra preludere ad un intervento legislativo che andrà, si teme, in senso diametralmente opposto a quello, voluto dalla Commissione, di incoraggiamento delle politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili.
La realtà è diversa. A fronte di una crisi che non smette di mordere il tessuto produttivo, è vero che il settore delle rinnovabili si muove in netta controtendenza. Gli incentivi (che, ricordiamo, non gravano sul bilancio dello Stato ma nemmeno su quello delle famiglie, come invece si è letto in questi giorni) hanno creato un volano virtuoso che ha consentito al Paese di riavvicinarsi al gruppo dei paesi leader nel campo dell’innovazione e della capacità produttiva. Il fotovoltaico, in un contesto così difficile come quello che abbiamo visto delinearsi negli ultimi anni, rappresenta un settore in crescita occupazionale e di fatturato, oltre che un settore tecnologicamente in evoluzione.
I Verdi, e gli ecologisti, i cittadini, le imprese, confidano nel senso di responsabilità del Governo e del Parlamento affinché si voglia intervenire per evitare che un altro tassello della nostra economia cada vittima di contrapposti interessi e di battaglie ideologiche.
Confidiamo che saprete dare un futuro alle nostre famiglie e ai nostri figli che si trovano oggi incolpevoli nella precarietà e nell'incertezza."
Saluti 100% Rinnovabili
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ,
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ,
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ,
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ,