CONSULTAZIONE SUL SIMBOLO DELLA NUOVA RETE FEDERATA ECOLOGISTA E CIVICA

CIRCOLIPrimarie del Simbolo: Risultati | Materiali

 

puntatoreENTRA...

 

CIRCOLI TERRITORIALI

CIRCOLIAttività dei Circoli:
Composizione, cosituzione e attività dei Circoli...

puntatoreENTRA...

 

MATERIALI

materialiScarica Manifesti | Simbolo | Moduli | Volantini...


puntatoreENTRA...

APPUNTAMENTI

LINK UTILI

LINK UTILI

puntatoreENTRA...

Amministratore

Amministratore

K2_DATE_FORMAT_LC2

ELENCO AGORA'

onebit 06 Ancona:
Giorgio Grottini e Caterina Di Bitonto

onebit 06 Barisardo-Ogliastra:
Gianna Cabiddu e Grazia Loi

onebit 06 Boffalora:
Ivo Colombo e Paola Chiodini

onebit 06 Brescia (anche Comitato Provinciale):
Salvatore Fierro e Luca Ciotta

onebit 06 Cagliari:
Roberto Copparoni e Cinzia Muscas

onebit 06 Castrovillari:
Mario Giordano e Aurelio Morrone

onebit 06 Catania:
Angela Inferrera e Marco Zavota

onebit 06 Cavallino Treporti:
Franca Marcomin e Gianluigi Bergamo

onebit 06 Cento:
Isabella Benazzi e Mirco Leprotti

onebit 06 Ferrara:
Marzia Marchi e Leonardo Fiorentini

onebit 06 Firenze:
Alberto Fatticcioni e Marina Mecheri

onebit 06 Grugliasco(TO):
Elena Giargia

onebit 06 Manduria:
Silvia Galeone e Michele Matino

onebit 06Mantova:
Nora Dafini e Francesco Sartorelli

onebit 06Massa Carrara:
Daniele Terzoni e Giovanna Balloni

onebit 06 Mestre e Marghera:
Luana Zanella e Riccardo Bottazzo

onebit 06 Mirto-Crosia:
Federico Immacolata

onebit 06Monza-Brianza:
Roberto Albanese e Luciana Facchinetti

onebit 06Ossona:
Gilberto Rossi

onebit 06Paderno Dugnano:
Anna Varisco e Gerardo Ceriale

onebit 06Pistoia:
Patrizia Menici e Alessio Bartolini

onebit 06Pistoia Sud:
Biancangela Fabbri e Giacomo Vannucchi

onebit 06 Rossano Calabro:
Giuseppe Campana e Erika Pugliese

onebit 06 Sud-Ovest Milano:
Alessio Turati e Maria Cristina De Filippi

onebit 06 Taranto - "Taranto viva!":
Lina Ambrogi Melle e Alessandro Agusto

onebit 06 Taranto "Logos kai energhèia":
Loredana Ciaccia e Roberto Nisi

onebit 06Torino:
Franco Adorno

onebit 06Torino-"Adesso Ecologia":
Benedetta Ciampi e Giorgio Faraggiana

onebit 06Trento (Comitato Provinciale):
Marco Ianes e Lucia Coppola

onebit 06Velletri (Agorà dei Castelli):
Francesca Petrilli e Massimo Andolfi

onebit 06Venezia centro storico:
Calogero Lo Giudice e Maria Sangiuliano

di Riccardo Bottazzo

Venezia - C'è chi, come Alì, è arrivato già morto. Asfissiato in fondo alla stiva, dentro il cassone del tir dove si era nascosto. Chi, come il piccolo Zaher, è stato travolto dalle ruote di un camion in manovra mentre cercava di fuggire dalla polizia portuale. Tutti gli altri vengono rimandati indietro, come pacchi postali con l'indirizzo sbagliato. Anzi peggio. Perché un pacco postale gode della garanzia di consegna in buono stato e della rintracciabilità via internet. I profughi no.

Domenica 17 giugno 2012 alle ore 10,30 presso il Centro Congressi Cavour a Roma (via Cavour 50/a) nei pressi della Stazione Termini.  

Ordine Del Giorno:
1) radicamento e sviluppo del nostro movimento nei territori2) iniziative politiche e Campagne nazionali
3) evento nazionale su "Etica e legalità"
4) discussione sulle prospettive per le prossime elezioni politiche
5) convocazione assemblea statutaria e programmatica
6) campagna raccolta fondi a sostegno della nostra attività

La riunione si chiuderà indicativamente verso le ore 17,30.

Contiamo sulla vostra presenza per proseguire insieme nella costruzione del percorso che insieme abbiamo iniziato.

Vi chiediamo la cortesia di confermare la vostra presenza all’incontro, a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

K2_DATE_FORMAT_LC2

LE SOLUZIONI PER I RIFIUTI

di Angelo Bonelli

Fin dagli esordi dell'ambientalismo scientifico nei primi anni Ottanta è apparso evidente che introducendo, giustamente, le variabili ambientali all'interno di problemi che fino ad allora avevano trovato soluzioni "semplici" la loro gestione si complicava, sia dal punto di vista economico-manifatturiero, sia sotto al profilo amministrativo. Nel giro di pochi anni apparvero delle evidenze scientifiche che diedero indicazioni precise e soprattutto che cancellavano definitivamente i "confini" dell'inquinamento.

di Paolo Galletti


E' dalla fine del 1500, al tempo degli Estensi, che furono costretti a rifugiarsi in tende lasciando le loro dimore ferraresi, che non si verificava un terremoto di tale intensità nella zona oggi così dolorosamente colpita. La zolla africana spinge su quella euroasiatica e di qui nasce il terremoto. Il territorio è fortemente industrializzato con un polo biomedicale,metalmeccanica d'avanguardia e filiera del parmigiano reggiano. Che crollino gli edifici storici è purtroppo scontato. Che crollino i capannoni industriali meno. Anche se solo nel 2001 il territorio è stato dichiarato a rischio.


Quindi occorre verificare la data di costruzione ed aspettare l'indagine della magistratura. Vittorio Emiliani su L'unità avanza una ipotesi inquietante : che il fortissimo emungimento dell'acqua dal sottosuolo per usi industriali,agricoli e civili abbia favorito in qualche modo l'evento (http://per-la-bellezza.comunita.unita.it/2012/05/30/il-segnale-che-viene-dall'acqua/). L'allarme risalirebbe addirittura ad una relazione ufficiale della fine degli anni '90. Non sono in grado di valutare l'attendibilità della tesi. Certo uno studio sull'emungimento dell'acqua e fenomeni di subsidenza e possibili ripercussioni sulle faglie va fatto. Ma voglio partire di qui per alcune considerazioni.


La scienza è una esile fiammella nel buio avvolgente delle conoscenze. Questo non significa dare credito ad improvvisatori e ciarlatani che dicono sempre, a cose fatte, di aver previsto tutto. Sappiamo poco della madre terra e dei suoi movimenti. E quello che sappiamo non viene preso in considerazione per le scelte economiche. Nell'area si voleva fare un colossale deposito di gas sotterraneo. La presunzione dell'economia, la sua pretesa di dettare legge a prescindere dalle leggi di Natura appare oggi tragicamente ridicola. Anche l'ignoranza della storia dei luoghi ( i terremoti della fine del 500) pesa come un macigno. I greci parlavano di Hubris ,una superbia umana fatta di grandi gesta e di grandi opere,inevitabilmente volte alla rovina ed alla distruzione.


Ridefinire una attività economica in armonia con la Natura è indispensabile per avere una produzione di beni utili all'uomo. Quindi costruzioni antisimiche ma forse anche uso accorto dell'acqua di falda. Ma la tragedia terremoto induce anche ad altre riflessioni. Di fronte al trauma della precarietà che accomuna gli umani nella loro piccolezza può emergere la coscienza di un comune destino. Una coscienza di specie, necessariamente solidale. Certo le differenze di classe permangono,anche nella tragedia, ma non c'è in ultima analisi scampo per nessuno se non si trovano soluzioni vere efficaci e condivise. Anche in questa nuova coscienza di specie sta l'origine dell'ecologismo,un nuovo umanesimo che comprende anche la fratellanza con tutte le creature animate e no. Il lutto di queste ore ci aiuti ad allargare l'area della coscienza.


I limiti della scienza, la presunzione dell'economia, la necessita' di una nuova coscienza

articolo di Luana Zanella

Il 10 – 13 maggio si è svolto a Copenhagen il Consiglio di primavera dell' EGP (European Green Party), dedicato alle politiche sociali, di inclusione e coesione a livello europeo. Sono state approvate, alla fine di un intenso dibattito, importanti risoluzioni, che danno ulteriore slancio e concretezza al "Green New Deal" proposto dai Verdi, in risposta alla crisi finanziaria, economica, sociale ed ambientale, che sta così duramente colpendo l'Europa e l'intero mondo.

L'EGP, già nel 2008, al primo manifestarsi della crisi, ne aveva denunciato il carattere strutturale ed aveva espresso la necessità di invertire la rotta, proponendo un grande progetto, da coordinare su scala europea, per la conversione ecologica e sociale dell'economia e il superamento del sistema neoliberista e produttivista che ha portato il mondo sull'orlo del precipizio. A Tallin, nell'ottobre del 2010, l'EGP adotta un documento di politica economica e finanziaria, in cui viene fatta un'analisi dettagliata della crisi ed avanzate altrettanto dettagliate proposte per uscirne in modo definitivo anche attraverso una riforma radicale e complessiva delle regole e delle istituzioni preposte alla governance finanziaria ed economica dell'U.E.

"I Verdi europei credono che l'umana attività deve tenere in considerazione che l'umanità è parte di un ricco ancorché limitato, interdipendente e fragile ecosistema. L'economia va considerata come uno strumento e non un fine in sé. L'obiettivo finale dell'attività economica è soddisfare i bisogni fondamentali ed elevare la vita per tutti e tutte, ora e nel futuro." Mettere l'economia a servizio delle persone e dell'ambiente significa ridefinirne gli obiettivi e stabilire nuovi indicatori, come l'impronta ecologica, e soprattutto mettere la finanza al servizio e in connessione con l'economia reale. Il rischio sistemico va ridotto, attraverso giusti meccanismi di preallarme, il sistema finanziario va semplificato, liberandosi dalle "innovazioni" perniciose come i Credit Default Swap, che hanno esasperato i fattori di rischio.

Poiché la finanza agisce (e devasta) globalmente, è necessaria una supervisione globale, a cui arrivare partendo proprio dall'Europa, dando vita ad una governance economica effettiva per l'UE, che necessita di mercati finanziari al servizio dell'innovazione, della conoscenza e della trasformazione ecologica. Anche gli obiettivi della Banca Centrale Europea vanno ridefiniti, in funzione del GND, per ridurre la pressione esercitata dalla nostra economia sull'ambiente e aumentare la qualità della vita delle persone. La BCE deve poter limitare le fluttuazioni cicliche e prevenire le bolle speculative. Il Fondo di stabilità finanziaria deve essere rafforzato ed agire prontamente ed efficacemente, come non sta succedendo (vedi Grecia). La stabilità dei prezzi non deve riguardare solo i beni di consumo e i servizi, ma anche i prodotti finanziari e i beni immobili. Il Patto di stabilità e Crescita va riformato e deve comprendere l'obiettivo di sostenibilità del debito pubblico e privato degli Stati membri e va creato un meccanismo europeo permanente per la soluzione del debito sovrano. La BCE deve mantenere la responsabilità di intervenire, acquistando, nei mercati secondari, titoli di debito sovrano degli Stati membri vulnerabili ed avere la possibilità di emettere Eurobond.

La crisi finanziaria e la recessione globale hanno reso evidente che non può esserci un futuro di prosperità e benessere condiviso se non c'è una vera consapevolezza socio-ambientale e non si pongono le basi per la conversione ecologica. In questa direzione, i Verdi europei, nella dichiarazione di Parigi del novembre del 2011, sviluppano una roadmap in 12 punti, in cui vengono indicate le misure idonee di politica economica, finanziaria e fiscale. Tutti i settori economici sono coinvolti e possono contribuire alla "crescita verde": l'agricoltura, la pesca, le energie rinnovabili, la manifattura, i trasporti, il turismo, la gestione dei rifiuti, l'edilizia e altri ancora. La sfida più grande riguarda la protezione del clima, attraverso la riduzione delle emissioni e l'adozione di un approccio sostenibile rispetto alle risorse in corso di esaurimento. Investimenti massicci nell'energia pulita e sicura, nel risparmio ed efficienza energetica ci faranno uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili, dall'energia nucleare e creeranno milioni di posti di lavoro.

A Copenhagen, la dimensione sociale del GND che già era stata affrontata precedentemente, assume contorni e contenuti ancora più precisi nella risoluzione approvata. A fronte di una situazione resa ancora più drammatica sul piano sociale ed occupazionale, dalle politiche europee e nazionali di "risanamento" di bilancio e di austerity, i cui esiti più tragici si sono manifestati in Grecia, si ribadisce il legame indissolubile tra la dimensione sociale e quella economica ed ambientale. Nel 2008, 81 milioni di cittadini appartenenti all'U.E. ( 16,5% della popolazione ) vivevano al di sotto della linea di povertà. 42 milioni ( 8,5% del totale ) non riuscivano a pagare i propri conti, bollette, ecc., Complessivamente 116 milioni circa di cittadini, quasi un quarto della popolazione, erano a rischio di povertà, situazione che con l'aggravarsi della crisi si è ulteriormente deteriorata. Inoltre, negli ultimi trent'anni, c'è stato un aumento della povertà infantile, che riguarda 20 milioni di bambini e giovani con meno di 18 anni. Non stanno meglio gli anziani, 19% dei quali a rischio di povertà.

Si affronta la questione del lavoro e della partecipazione in società profondamente modificate e attraversate da pesanti squilibri. Il concetto stesso di lavoro viene ripensato, come pure il nodo del rapporto tra lavoro retribuito e non retribuito, la relazione tra donne e uomini, le forme e le modalità della partecipazione. Vengono proposte misure per risolvere il problema della disoccupazione e della precarietà che colpiscono soprattutto le giovani generazioni e gli strati più fragili della popolazione, linee guida per contrastare la povertà, l'esclusione sociale e ridurre le disuguaglianze, anche attraverso la garanzia di un reddito di cittadinanza, l'indicizzazione degli assegni sociali e un equo accesso ai servizi sociali e pubblici, politiche di promozione e tutela dei diritti dei migranti. Un piano globale di conversione ecologica e sociale necessita di grandi investimenti anche a livello di formazione e riqualificazione. L'attuazione di un progetto così ambizioso richiede forti alleanze e pieno coinvolgimento di tutte le forze sociali interessate, dai sindacati, alle imprese innovative, alle associazioni ambientaliste e dei consumatori, a tutte le realtà che già si muovono verso il cambiamento. Decisiva sarà la partecipazione delle donne a questi processi e mutamenti. Le politiche ambientali ( risparmio energetico, fonti rinnovabili, ecc. ) devono coinvolgere tutti, non solo le classi più acculturate e abbienti, con politiche pubbliche e locali, misure ed incentivi appropriati. L'innovazione sociale e una distribuzione sostenibile del tempo di lavoro sono i punti cardini su cui si sviluppa la politica sociale del GND.

Altra questione pressante affrontata nell'incontro di Copenhagen è stata quella della riforma per un'Unione Europea più democratica e partecipativa, in cui le cittadine e i cittadini europei si possano riconoscere e avere voce. La risoluzione approvata, a cui ha lavorato egregiamente la co-presidente dell'EGP Monica Frassoni, tutt'altro che ideologica, ribadisce l'impegno dei Verdi per un'UE democratica, solidale, sostenibile, inclusiva. Viene stigmatizzato il nuovo trattato intergovernamentale "The fiscal Compact", inutile e dannoso, approvato in modo istituzionalmente scorretto. Il legame creato tra la ratificazione del trattato e il futuro meccanismo di stabilità europea rischia di approfondire la diffidenza tra gli stati, di inibire il sostegno reciproco e la volontà di trovare soluzioni condivise. Per promuovere un'economia europea sociale e verde è necessario utilizzare la leva fiscale in modo appropriato ed equo: imposta sulle transazioni finanziarie (vedere risoluzione del Parlamento europeo approvata proprio in questi giorni ), CO2, environmental and energy tax, calo del carico fiscale sul lavoro, progressività e generalità, contrasto e repressione dell'evasione ed elusione fiscale anche attraverso un patto tra gli Stati membri di rinuncia alla "tax competition".

Nuovi indirizzi vengono previsti per la Banca europea per gli Investimenti, il cui funzionamento deve essere più trasparente, più affidabile e funzionale alla trasformazione ecologica dell'economia. L'Europa necessita di una politica climatica più ambiziosa che miri al raggiungimento del 100% di energia rinnovabile entro il 2050, con obiettivi intermedi. La promozione di una grande apertura culturale e l'accesso alla conoscenza nei diversi ambiti ( lavoro, migrazione, ricerca, formazione, diritti digitali, ecc.) sono parte essenziale del piano d'azione. Il settore finanziario, all'origine della crisi, necessita ancora di una forte ri-regolamentazione, basato sul principio "chi inquina, paga" e teso a promuovere banche etiche e fondi sociali di investimento sociale.

I Verdi sono consapevoli che, a due anni dalle prossime elezioni europee, è necessario agire per un'UE più democratica e coesa, lavorando non solo all'interno del Parlamento europeo, ma anche con i Parlamenti e le società civili dei singoli stati, promuovendo un dibattito vasto e una consultazione reale della cittadinanza. Una nuova stagione di riforme è indispensabile per rilanciare il progetto europeo. Una Costituzione breve, con indicazioni chiare degli obiettivi, delle procedure decisionali, delle istituzioni e competenze si rende necessaria, superando le debolezze e contraddizioni del Trattato di Lisbona. Affinché l'Europa sia effettivamente un'area comune di sicurezza sociale, giustizia e solidarietà, bisogna riequilibrare i poteri del Parlamento europeo con quelli debordanti del Consiglio dei Ministri, per es. in politica estera, economica, migratoria e fiscale. Va da sé che anche il bilancio europeo non può essere troppo dipendente dai singoli Stati, ma uno strumento efficace per un'effettiva copertura sociale e la creazione di posti di lavoro in tutta l'Europa.

Per la documentazione completa: www.europeangreens.eu Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

K2_DATE_FORMAT_LC2

Assemblea Programmatica

Assemblea Programmatica 1 e 2 dicembre 2012

TRENTO, sabato 19 maggio 2012
ore 14.30-19.30
Sala Rosa della Regione - Piazza Dante

Programma

ore 14.30 Inizio dell'accredito degli aderenti- sottoscrittori della «Carta degli intenti» (l'accredito si conclude alle ore 17)
ore 15.00 Inizio dei lavori

Relazioni introduttive

Aldo POMPERMAIER
presidente dei Verdi del Trentino per la Costituente ecologista

Michele DOTTI
co-portavoce nazionale di Ecologisti e Reti civiche - Verdi europei

Interventi programmati

Michele TRAINOTTI, Isabella PFLEGER, Alberto MATTEDI

Dibattito generale e presentazione delle candidature per i due portavoce provinciali e per i due delegati trentini all'Assemblea federale nazionale (con differenza di genere)

ore 19.30 Conclusione dei lavori

locandina

di Marco Boato

"Sentiamo ancora più fortemente il tormento di una giustizia incompiuta, ma non brancoliamo nel buio dell'Italia dei misteri, una verità storica si è conseguita": con queste parole il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano –nel giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi (9 maggio) – si è rivolto in particolare ai familiari delle vittime delle stragi rimaste impunite, come Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974) e il treno 'Italicus' a San Benedetto Val di Sambro (4 agosto 1974). Ma ha anche aggiunto: "Bisogna mettere in luce quello che di inconfutabile è emerso dalle carte processuali e dalle sentenze" (anche assolutorie per quanto riguarda le responsabilità personali degli imputati), e cioè "la matrice di estrema destra neofascista di quelle azioni criminali". Nello stesso contesto il presidente Napolitano ha denunciato solennemente come vi sia stata in quegli anni "una attività depistatoria svolta da una parte degli apparati dello Stato".

Ha fatto dunque bene Paolo Morando, con due ampi servizi sul "Trentino" di lunedì 7 maggio 2012 (a due giorni dalla celebrazione del Quirinale), a ricostruire la drammatica vicenda dell'allora giovane anarchico bolzanino Paolo Faccioli, che pagò duramente la "pista anarchica" seguita sistematicamente dalla Questura di Milano (capo dell'ufficio politico era allora Antonino Allegra e commissario alle sue dipendenze era Luigi Calabresi) fin dagli attentati del 25 aprile 1969, che precedettero (insieme alle bombe sui treni del 9 agosto e ancor prima all'attentato allo studio del rettore Opocher a Padova del 15 aprile) la strage di Piazza Fontana a Milano. Per la strage fu accusato l'anarchico Pietro Valpreda (rimasto per anni innocente in carcere e assolto solo molti anni dopo) e fu sospettato l'anarchico Pino Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura milanese dopo tre giorni di fermo illegale (tutta la vicenda è stata ricostruita nel 2009 da Adriano Sofri nel libro "La notte che Pinelli", Sellerio).

Ha ragione Napolitanto a ricordare ancora nel 2012 "l'attività depistatoria svolta da una parte degli apparati dello Stato" e questa azione di depistaggio (ma anche di copertura e di complicità, come poi è emerso ad esempio per la strage di Peteano del 31 maggio 1972, oltre che per la mancata strage davanti al Tribunale di Trento del 18 gennaio 1971) era cominciata già prima della strage di Piazza Fontana, a cui si fa risalire l'inizio della strategia della tensione e delle stragi in Italia.

"Quando Calabresi mi accusava di strage" e "Così il processo spazzò via il teorema della Questura" sono i titoli dei due servizi del "Trentino" che ricostruiscono drammaticamente questa vicenda attraverso la testimonianza di Paolo Faccioli. E da questa documentazione emerge chiaramente come – a fronte di una catena di attentati per i quali poi sono stati condannati i neo-fascisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura – la polizia e la magistratura milanese (giudice istruttore Amati) perseguivano invece sistematicamente gli anarchici (nella speranza anche di riuscire ad "incastrare" l'editore Feltrinelli). Ci vollero altri magistrati – Stiz e Calogero a Treviso, Alessandrini e Fiasconaro a Milano – per rovesciare la "pista anarchica" e per riuscire a far emergere almeno in parte la verità, sia storica che giudiziaria. Per questo mi lascia assai perplesso il filo interpretativo del recentissimo film "Romanzo di una strage" (del pur ottimo regista Marco Tullio Giordana), la cui tesi principale – quella della "doppia bomba" a Piazza Fontana (liberamente ispirata ad un discutibile libro di Paolo Cucchiarelli) – è stata proprio pochi giorni fa dichiarata destituita di fondamento, e quindi archiviata, da un supplemento di indagine della attuale magistratura milanese.

Nel 2007, all'epoca del secondo governo Prodi, nella Commissione affari costituzionali della Camera fui uno dei proponenti della legge che istituì la "giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi". Dal 2008 il presidente Napolitano ha interpretato al meglio lo spirito di quella legge, dando vita in questi ultimi cinque anni alle celebrazioni del Quirinale, in modo da far riemergere, insieme alla doverosa ma spesso dimenticata solidarietà con le vittime, la memoria storica dei fatti di terrorismo (di destra, di sinistra e anche di quello con complicità istituzionali), che rischiavano di scomparire in un oblìo confuso e indistinto.

Già il 30 settembre 1967 Trento aveva conosciuto il sacrificio dei due sottufficiali della Polfer Filippo Foti e Angelo Martini, mentre tentavano di allontanare dal treno "Alpen-Express" una valigia esplosiva, di cui rimasero essi stessi vittime, salvando col loro generoso sacrificio personale molti passeggeri (nel 1974 la tragedia si verificò realmente sul treno "Italicus", diretto al Brennero, e anche quella strage è rimasta impunita). Per anni, da parlamentare, avevo mantenuto i contatti col figlio di Martini, Paolo, poi sciaguratamente morto lui stesso in un incidente stradale, senza aver mai potuto avere giustizia per la morte di suo padre e del suo collega Foti.

E ha fatto bene, nel giorno della memoria, Lorenzo Dellai a ricordare anche Fausto Tinelli, un giovane trentino assassinato a Milano il 18 marzo 1978 (nei giorni drammatici del sequestro Moro) insieme al suo compagno Lorenzo 'Iaio' Iannucci: anche in questo caso due vittime della violenza politica, che non hanno mai avuto giustizia ("pur con significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva", ha scritto nel 2000 il Gup Clementina Forleo). Ed è stato molto bello che in questo 9 maggio, per la seconda volta (dopo il 9 maggio 2009, nel quarantennale di Piazza Fontana) un gruppo di giovani trentini, autori di due volumi finalizzati proprio a mantenere viva la memoria storica e le testimonianze personali, siano stati tra i protagonisti della cerimonia al Quirinale, anche con l'intervento pubblico di Anna Brugnolli, in loro rappresentanza.

Come è stato bello e importante che a "condurre" l'incontro presidenziale sia stata Silvia Giralucci (che ho conosciuto bene a Padova, per il suo impegno di volontariato nel carcere con "Ristretti orizzonti" di Ornella Favero), figlia di Graziano Giralucci, il quale, insieme a Giuseppe Mazzola, fu la prima vittima di un duplice omicidio ad opera delle Brigate rosse il 18 giugno 1974. Silvia ha scritto l'anno scorso un libro, "L'inferno sono gli altri" (Mondadori), dedicato a ricostruire le drammatiche vicende padovane degli anni '70, che ricordo per esperienza diretta, avendo insegnato in quegli anni all'Università di Padova. Anche Benedetta Tobagi (lei pure citata da Napolitano) ha scritto un libro sulla tragica vicenda di suo padre Walter, il giornalista del "Corriere della sera" assassinato a Milano 28 maggio 1980: "Come mi batte forte il tuo cuore" (Einaudi, 2009).

Silvia aveva un padre di destra (lei non lo è, ma lo ricorda con amore), Benedetta aveva un padre socialista, entrambe piccolissime all'epoca dell'omicidio dei loro genitori. Ed oggi sono capaci di affrontare con determinazione, ma senza rancore e risentimenti, l'obbligo della memoria e sono davvero l'esempio di una più giovane generazione, che ha saputo uscire con dignità, ma senza cedere all'oblìo, dal tunnel degli anni di piombo. Una lezione che anche le generazioni ancor più giovani – ne è dimostrazione l'esperienza trentina di Anna Brugnolli e dei suoi amici – hanno saputo cogliere, per un'opera di pacificazione della memoria, che sia l'opposto della colpevole rimozione.

Marco Boato

di Marco Boato

"Siamo sereni, perché è stato fatto tutto il possibile. Ormai, questa è una vicenda che va affidata alla storia, ancor più che alla giustizia": con queste icastiche parole il pubblico ministero Roberto Di Martino ha commentato sabato 14 aprile 2012 la sentenza di assoluzione, con cui si è concluso il processo in Corte d'assise d'appello per la strage di Brescia del 28 maggio 1974. Parole che nascondevano l'amarezza di una sconfitta e una profonda delusione, anche umana, per l'esito fallimentare di un processo nel quale pur era stato protagonista dell'accusa.

Il magistrato, insieme al suo collega Francesco Piantoni, aveva davvero fatto di tutto per portare alla luce la verità anche in sede giudiziaria, pur a distanza di 38 anni da quella orribile strage, verificatasi in Piazza della Loggia nel corso di una manifestazione antifascista promossa dalle tre organizzazioni sindacali, nel pieno della strategia della tensione che aveva cominciato ad insanguinare l'Italia dal 1969.

Come già si era verificato nel processo di primo grado con gli stessi imputati (ma altri processi sulla stessa strage, con altri imputati, avevano avuto in passato lo stesso esito), a fronte delle richieste di condanna all'ergastolo per i nazi-fascisti veneti di "Ordine Nuovo" Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte (quest'ultimo anche confidente dei servizi segreti) e per il generale dei carabinieri (all'epoca capitano) Francesco Delfino, la sentenza della Corte d'assise d'appello, presieduta dal giudice Enzo Platè, ha rinnovato la pronuncia di una sentenza di assoluzione. Con questa agghiacciante aggiunta (come si era già verificato nell'ultimo processo, con esito analogo, per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano): "condanna le parti civili al pagamento delle spese processuali". Rimaste senza giustizia per 38 anni, dunque, le parti civili – cioè i parenti delle vittime morte o le vittime stesse rimaste ferite – hanno subìto l'ultima beffa, fortunatamente attenuata – di fronte alla generale indignazione - dalla decisione del Governo Monti (anche il governo era parte civile nel processo) di accollarsi tutte le spese anche per le altre parti civili.

Il presidente della Associazione dei familiari delle vittime, Manlio Milani, era presente anche lui quel 28 maggio 1974 in Piazza della Loggia a Brescia e vide saltare in aria la moglie Livia e un gruppo di amici, con i quali la sera prima aveva deciso di partecipare alla manifestazione. In questi decenni non ha mai cessato, con ferma determinazione e con grande equilibrio, di impegnarsi per far perseguire dalla magistratura i mandanti e gli esecutori della strage, girando contemporaneamente l'Italia – soprattutto nelle scuole e nelle università (qualche tempo fa anche a Trento, nella facoltà di Giurisprudenza) – per portare la sua testimonianza, affinché non cali l'oblio su quel crimine orribile e in generale sulla strategia della tensione, che ha dilacerato l'Italia per tanti anni.

Questo il suo commento a caldo, dopo l'ennesima sentenza di assoluzione: "Ci fu un disegno eversivo, ma anche istituzionale, messo in atto nel contesto politico italiano dei primi anni Settanta, ovviamente inserito in quello internazionale". Un disegno "che ha potuto contare su una serie incredibile di coperture e depistaggi, scattati fin dalle prime ore, da cui derivano le assoluzioni di oggi." E ancora: "C'è la prova che gli apparati dello Stato seppero quasi subito chi organizzò l'attentato, ma hanno taciuto e nascosto la verità".

Non molto dissimili sono state le ulteriori dichiarazioni – dopo quella iniziale di sconforto e quasi di abbandono del campo – del magistrato d'accusa Roberto Di Martino: "L'impegno da parte nostra è stato massimo, abbiamo ricostruito quello che accadde; ma pesano soprattutto i depistaggi degli anni passati. I servizi segreti erano informati degli attentati che si andavano preparando: perché tennero quelle carte nei cassetti? Perché quei documenti sono stati scoperti casualmente solo nel 1992?"

Dunque, nessun colpevole per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano, così come per la strage di Brescia del 28 maggio 1974 a Brescia e come anche per la strage sul treno "Italicus" a San Benedetto Val di Sambro (Bologna) del 4 agosto 1974. Per la strage di Peteano (Gorizia) del 31 maggio 1972 è stato invece condannato un neo-fascista reo confesso, Vincenzo Vinciguerra, dopo ripetuti depistaggi nei quali ebbero un ruolo preminente ufficiali dei carabinieri, nonostante le vittime fossero proprio tre carabinieri esplosi a causa di un'auto-trappola. E lo stesso Vinciguerra ha poi ricostruito rigorosamente i meccanismi di copertura delle stragi, messe in atto da militanti di estrema destra, ma con la complicità di settori degli apparati segreti e di polizia dello Stato.

Per il terrorismo politico di sinistra (Brigate rosse, Prima linea e altre formazioni minori) e anche di destra (Avanguardia nazionale, Nuclei di azione rivoluzionaria - NAR, Terza Posizione, Ordine nero) la verità giudiziaria e la verità storica sono arrivate, nel corso dei decenni e di innumerevoli processi, tendenzialmente a coincidere. Invece, per la strategia "stragista", frutto della strategia della tensione che trova le sue origini nella "guerra non ortodossa" già alla metà degli anni '60 (ben prima, quindi, di Piazza Fontana), ci si trova di fronte ad una totale divaricazione.

Salvo che per la strage di Peteano (ma solo perché in quel caso si è riusciti a far emergere i depistaggi ed è poi comparso un reo confesso, che ha inteso denunciare i meccanismi di copertura istituzionale nell'utilizzo dei militanti di estrema destra) e salvo che per l'esito processuale della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (un esito che ha lasciato numerose perplessità e che in futuro potrebbe portare ancora a qualche sorpresa, non essendo mancati neanche in quel caso ripetuti depistaggi istituzionali), per le principali stragi che hanno insanguinato l'Italia, in sede giudiziaria, sono emersi sterminati materiali documentari sul ruolo dei gruppi neo-fascisti e nazi-fascisti, ma, a causa delle coperture e dei depistaggi istituzionali, non si è riusciti ad arrivare a sancire le responsabilità penali personali.

Sarebbe tuttavia un grave errore indulgere ad una "vulgata" superficiale e fuorviante, secondo cui su quelle stragi "non si sa nulla". Si sa invece moltissimo, perché nel corso dei decenni sono emersi i meccanismi di copertura e di complicità e sono apparsi alla luce in tutti i processi i ruoli soprattutto dei gruppi nazi-fascisti veneti, anche se la magistratura giudicante non ha ritenuto di avere prove sufficienti per emettere sentenze di condanna. Ma gli atti istruttori, i materiali di indagine, le motivazioni delle sentenze – anche quelle di assoluzione – rimangono e costituiscono ormai una documentazione vastissima e impressionante.

Pochi ormai lo ricordano, ma Trento all'inizio degli anni '70 era stata teatro di uno dei capitoli della strategia della tensione, che aveva fatto emergere molti elementi di verità sul ruolo degli apparati "paralleli" (e non solo) dello Stato. Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1971 fu ritrovato davanti al Palazzo di Giustizia di via San Francesco un ordigno, con l'innesco " a pendolo", che sarebbe stato destinato ad esplodere la mattina dopo nel corso di una manifestazione studentesca davanti allo stesso Tribunale per un processo a due operai. Sarebbe stata una carneficina, con decine di morti (almeno 50, disse poi il perito), e la responsabilità sarebbe stata attribuita agli stessi studenti.

Nel corso di una lunga indagine, di cui io stesso fui protagonista in collaborazione con la magistratura inquirente (l'allora pubblico ministero Gianfranco Jadecola), venne scoperto che i due presunti autori della mancata strage erano due confidenti al servizio plurimo degli apparati dello Stato, per cui si giunse non solo al loro arresto, ma alla carcerazione di un vicequestore della polizia, di un colonnello dei carabinieri e di un colonnello del SID (il servizio segreto militare). Rinviati tutti a giudizio, furono tuttavia tutti assolti dal Tribunale di Trento, chi con formula piena e chi "per insufficienza di prove". Anche in quel caso, dunque, una totale divaricazione tra verità giudiziaria e verità storica. Ed è singolare che chi ricostruisce le vicende storiche degli anni '70 a Trento sia spesso così smemorato o così reticente nel ricordare quella terribile vicenda, che solo per caso non provocò una strage di proporzioni ancora maggiori di quelle di Brescia o di Milano.

Del resto, in recenti indagini d'opinione fatte sugli studenti attuali di Milano, è emerso che la maggior parte di loro non sa nulla della strage di Piazza Fontana o che molti di loro ritengono trattarsi di un crimine commesso... dalle Brigate rosse. La strage è del 12 dicembre 1969 e le Brigate rosse sono nate nel 1971 ed hanno commesso il loro primo duplice omicidio a Padova nel giugno 1974. Dunque, qui non si tratta né di verità storica né di verità giudiziaria, ma semplicemente del fatto che nella memoria è rimasto solo il terrorismo di sinistra e che tutto il resto è stato cancellato o divorato in un vortice di ignoranza abissale.

Bisognerà dunque non arrendersi all'oblio, e neppure alle versioni romanzate di queste vicende. Proprio nei giorni della sentenza di Brescia, è uscito nei cinema il film di Marco Tullio Giordana (un ottimo regista, per altri aspetti) dedicato alla strage di Piazza Fontana, con il titolo "Romanzo di una strage". Pur ben recitato e fortemente coinvolgente sul piano scenico, purtroppo il film stravolge gravemente la verità dei fatti storici e persino quella giudiziaria comunque acquisita. Alla fine lo spettatore ignaro ne esce con una gran confusione tra anarchici e neo-fascisti veneti, alimentata dal pressappochismo di un recente libro (di Paolo Cucchiarelli) cui il film si è in parte ispirato. Non si è fatto un buon servizio in questo modo né alla memoria storica (per la quale voglio ricordare l'ottimo Piazza Fontana di Giorgio Boatti per Einaudi), né a quella parte di verità che pur è stata accertata sul piano giudiziario. Le stragi sono state un fatto terribile nella storia italiana: trasformarle in un "romanzo" fantapolitico non aiuta né chi ha vissuto quel tragico periodo a ricordare, né le giovani generazioni a conoscere e soprattutto a capire.