Martedì 14 Febbraio 2012 11:15

Adriano, dittatore al Festival

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Massì, chiamatelo il «Festival del Molleggiato», altro che della Canzone Italiana. Quella, la canzonetta, è in coma da tempo e Sanremo non è altro che una camera iperbarica per autori e cantanti, aperta una volta all’anno.
La Rai, poi, in preda al panico più totale, ha deciso di calarsi letteralmente le braghe di fronte alle richieste - peraltro sempre più assurde - di Adriano Celentano, infischiandosene del canone, dei telespettatori, del politicamente corretto dei palinsesti, della pubblicità, della qualità e della fascia di garanzia. Di tutto, di più, insomma.
FESTIVAL ANTICIPATO ALLE 20.40. Tanto che le serate sono programmate con inizio alle 20,40, mandando in cantina Qui Radio Londra di Giuliano Ferrara e I soliti ignoti di Fabrizio Frizzi.
Informazione e intrattenimento possono aspettare. In fondo, questo, è il primo Festival dell’era Monti, o il primo del dopo Berlusconi. Modesta questione di punti di vista.
PERFORMANCE DA 40 MINUTI. Tutt’altro che modesto, invece, rischia di essere il punto di vista di Celentano che nella serata inaugurale del 14 febbraio ha intenzione di prendersi il palco dell'Ariston per 40 minuti senza interruzione, nemmeno si trattasse del messaggio di fine anno del capo dello Stato.
Ma al contrario di quel che accade con il presidente della Repubblica, il cui messaggio viene anticipato almeno nelle linee guida, del sermone di Celentano si sa poco o nulla. Prove blindate, teatro setacciato prima e dopo l’arrivo del Molleggiato, body guard a ogni angolo, camerini presidiati nemmeno vi fosse il pericolo di attentati.
ENTRATA TRA FIAMME ED ESPLOSIONI. Si sa soltanto che per lanciare la performance di Adriano sono previste esplosioni e fiamme, mentre ballerini-comparse devono simulare morti e feriti di un bombardamento aereo.
Dopo l’avvio 'sotto le bombe', subito un brano, forse Non so più cosa fare, dall’ultimo album Facciamo finta che sia vero, di cui avrebbe provato anche Ti penso e cambia il mondo. E poi alcuni classici, tra i quali Il forestiero del 1970.

Nella serata inaugurale del 2011, oltre 14 milioni di spettatori

Insomma la solita fastidiosa maniacalità di un giullare che si crede il Re, di un saltimbanco convinto di avere in mano i fili dei burattini. Il tutto a spese del contribuente e della Rai che ha deciso di consegnargli le chiavi del servizio pubblico, per una o più serate, a un privato. Che ne vuole fare un uso personale, che più personale non si può.
Ma è giusto fare tutto ciò in nome dello share, anzi del dio degli ascolti? Il 14 febbraio si riparte dai 14 milioni e rotti di spettatori della prima serata del 2011, pari a uno share del 45,20%, la media ponderata della serata fu del 46,39.
LO SPETTRO DELL'INFLESSIONE DI ASCOLTI. «Mi piacerebbe segnare un segno più rispetto allo scorso anno, siamo di scarse possibilità e grandi ambizioni», sostiene Mauro Mazza, direttore di RaiUno. Che vorrebbe riderci su, ma non ci riesce.
Un segno meno sarebbe una Caporetto, una Waterloo di proporzioni inenarrabili. Certo, dal numero di apparizioni di Celentano dipende il numero di famiglie bisognose di sette città, cui è stato promesso una parte del compenso dell’artista, suddiviso in fette che vanno dai 17 mila ai 20 mila euro per famiglia, mentre la restante parte è destinata a ospedali di Emergency.
PUBBLICITÀ CON BENEFICENZA. Difficile, però, non sospettare che dietro a questa bontà esagerata non vi sia un esagerato interesse per il marketing. Troppa pubblicità attorno a un fatto, la beneficenza appunto, che richiederebbe silenzio e discrezione.
Modesta domanda: anche gli incassi ottenuti dalla promozione del disco, dopo lo spot di Sanremo, sono destinati alla beneficenza? Come è noto Celentano ama l’esagerazione in tutto, anche nei gesti di bontà.
PAPALEO E LA LEGGEREZZA DI CALVINO. A stemperare le ansie della vigilia, per fortuna, ci prova Rocco Papaleo, che esalta il «dark side of Sanremo», quella macchina organizzativa straordinaria, ma invisibile, che sta dietro al Festival. E soprattutto si appella a Italo Calvino: «Il nostro obiettivo è la leggerezza: non il cazzeggio, ma quella leggerezza calviniana che tanto ci piace e che speriamo possa dare un po' di sollievo al Paese in un momento di difficoltà».
Ecco, caro Papaleo, provi lei a spiegare a Celentano che lui non è un dio e che Sanremo non è il giudizio universale, ma un semplice Festival, peraltro sempre più modesto. E sì, quanto è dura essere buoni, e quanto costa la bontà.

Martedì, 14 Febbraio 2012


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