CONSULTAZIONE SUL SIMBOLO DELLA NUOVA RETE FEDERATA ECOLOGISTA E CIVICA

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

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L’APOCALISSE È GIÀ QUI

di Guido Viale


Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l’apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?
Non o non solo – come sostengono più o meno tutti i media ufficiali – che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l’infrastruttura e l’organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall’infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte – e per lo più – moltiplicano quei danni, com’è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami.
Non è stato lo tsunami a frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager, amministratori e comunicatori: l’apocalisse li ha trovati intenti a mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà si incarica di svelare. È un’intera classe dirigente, non solo del nostro paese, ma dell’Europa, del Giappone, del mondo, che l’apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più “leggero”: Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent’anni. Ma non erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque: c’era da fidarsi allora? E c’è da fidarsi adesso?
Per chi non ha la possibilità o la voglia di sviluppare un pensiero critico e si lascia educare dai media, sono gli scienziati e i tecnici a poterci e doverci guidare lungo la frontiera dello sviluppo. I risultati di quella guida sono ora lì davanti ai nostri occhi. L’apocalisse ci rivela invece che sono gli artisti, con la loro sensibilità e il loro disinteresse, a instradarci verso la scoperta del futuro. Leggete Terra bruciata di James Ballard o, meglio ancora, La strada di Cormac McCarthy; o andate a vedere il film tratto da questo romanzo. Vi ritroverete immediatamente immersi in panorami che oggi le riprese televisive della costa nordorientale del Giappone ci mettono davanti agli occhi. E con McCarthy potrete rivivere anche il senso di abbandono, di terrore, di sconforto, di inanità che solo una irriducibile voglia di sopravvivere a qualunque costo e il fuoco di un legame affettivo indissolubile riesce a sconfiggere.


L’apocalisse ci rivela che la normalità – quella che ha contraddistinto la vita di molti di noi per molti degli anni passati, ma che non è stata certo vissuta dai miliardi di esseri umani che hanno fatto le spese del nostro “sviluppo” e del nostro finto “benessere” – è finita o sta per finire per sempre. È finita per il Giappone – e non solo per le popolazioni sommerse dallo tsunami – che ora deve fermare le sue fabbriche, sospendere le sue esportazioni, far viaggiare a singhiozzo i suoi treni, chiudere le pompe di benzina, spegnere le luci, bloccare tutti o quasi i suoi reattori nucleari; senza sapere con che cosa sostituirli e senza sapere se e quando potrà riprendersi da un colpo del genere (un destino simile a quello che potrebbe far piombare di colpo la Francia nelle condizioni di un paese “sottosviluppato” se solo le accadesse un incidente analogo). I tanti programmi di «rinascita del nucleare» varati negli ultimi anni – che sono la risposta più irresponsabile e criminale alla crisi economica mondiale – si rivelano una truffa: il tentativo di far credere che con l’atomo consumi, sviluppo ed “emersione” di paesi che annoverano miliardi di abitanti possano riprendere e continuare a crescere come prima. Tant’è che quei programmi stavano andando avanti – e forse verranno mantenuti ancora per un po’ – soltanto nei paesi senza nemmeno la parvenza della democrazia (tra cui l’Italia). Ma adesso tutti, o quasi, si dovranno fermare.


Ma non saranno rose e fiori neanche per i paesi che viaggiano a petrolio, metano e carbone, come il nostro. Il Medio Oriente è in fiamme e se – o meglio, quando – crollerà il regno saudita, anche il petrolio arriverà con il contagocce. Soprattutto in Italia; ma anche in Europa. E allora addio sogni di gloria per l’industria automobilistica: non solo quelli di Marchionne (che sono un mero imbroglio), ma anche per quelli di tutta l’Europa. Per non parlare degli Stati Uniti: a giugno dovranno rinnovare una parte del loro debito, che è ben più serio e in bilico di quelli di tutti i paesi dell’Unione europea messi insieme; ma forse nessuno lo vorrà più comprare. Il che significa che un nuovo crack planetario è alle porte.
Insomma, niente sarà più come prima. Era già stato detto all’indomani dell’11 settembre; ma poi ciascuno ha continuato a fare quello che faceva prima. Comprese le guerre; compresa le speculazioni finanziarie e la reiterazione della crisi che essa si porta dietro; e che è stata invece trattata come «un incidente di percorso», da cui riprendere al più presto la strada di prima, discettando sui decimali di Pil che da un momento all’altro potrebbero invece precipitare di un quinto o di un terzo.
Quello che l’apocalisse dello tsunami in Giappone ci rivela è la “normalità” di domani. L’apocalisse è già tra noi, in quello che facciamo tutti i giorni e soprattutto in quello che non facciamo. Dobbiamo imparare ad attraversare e a vivere dentro un panorama devastato, dove niente o quasi funziona più: non solo per il crollo o il degrado delle sue strutture fisiche; o per l’intasamento della loro “capacità di carico”; ma anche e soprattutto per la manomissione delle linee di comando, per la paralisi delle strutture organizzate, per la dissoluzione dello spirito pubblico calpestato dalle menzogne e dall’ipocrisia di chi comanda.


Volenti o nolenti saremo obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare come riorganizzare le nostre vite in termini di una maggiore sobrietà; e in modo che non dipendano più dai grandi impianti, dalle grandi strutture, dalle grandi reti, dai grandi capitali, dalle grandi corporation che li controllano e dalle organizzazioni statali e sovrastatali che ne sono controllate: tutte cose che possono venir meno, o cambiare improvvisamente aspetto dall’oggi al domani.
Dobbiamo adoperarci per mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero: perché solo di lì si può partire per costruire delle reti sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte a una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi ambientale, a una nuova crisi finanziaria che è alle porte, al disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si aggrava di giorno in giorno; e persino a una crisi alimentare che potrebbe farsi improvvisamente sentire anche in un paese del “prospero” Occidente. Le fonti rinnovabili, l’efficienza e il risparmio energetici, il riciclo totale dei nostri scarti, un’agricoltura a chilometri zero, la salvaguardia e il riassetto del nostro territorio, ma soprattutto uno stile di vita più sobrio e restituito alla socievolezza sono i cardini e la base materiale di una svolta del genere. Va bene tutto ciò che va in questa direzione; anche le piccole cose. Va male tutto ciò che vi si oppone: soprattutto la rinuncia a un pensiero radicale.

In questa settimana si decidono le sorti del fotovoltaico e dell'eolico in Italia,  con l'approvazione in Consiglio dei ministri di una legge che di fatto chiude entrambi i settori industriali e mette in seria difficoltà anche l'installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle case private. Il settore delle rinnovabili chiede la solidarietà di tutti coloro che pensano che le rinnovabili siano una risposta alla crisi energetica,e a quella congiunturale, alla dipendenza dal petrolio e dal gas libico e  una risposta al'effetto serra. E chiede che si mandi una lettera (quella che segue) alla Presidenza del consilgio e a vari ministeri (indirizza mail in basso) per scongiurare la morte per decreto di uno dei pochi comparti produttivi che in questi ultimi anni ha funzionato nel paese.
Leggete, inviate e diffondete.


On. Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Ministro dello Sviluppo Economico
On. Ministro dell'ambiente, della tutela della natura e del mare
On. Ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali

In questi giorni, si decide la morte per decreto delle energie rinnovabili in Italia. Quindicimila famiglie rischiano di perdere in pochi mesi il posto di lavoro, un indotto che occupa  altre 100.000 persone sarà colpito. E' un prezzo altissimo, in termini sociali ed economici, che verrà pagato da uno dei pochissimi settori produttivi non colpiti dalla crisi e da un numero importante di lavoratori e famiglie. E' quello che succederà se il Consiglio dei Ministri approverà il decreto sulle rinnovabili nella versione che circola in questi giorni all'interno del Parlamento e su cui si leggono anticipazioni di stampa.
Dopo pochi mesi dalla (lungamente attesa) approvazione, nel mese di agosto dello scorso anno, della legge sul nuovo conto energia, lo scorso 31 gennaio la Commissione europea ha adottato, come noto, una raccomandazione in cui invita gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, causa di incertezza sul mercato e di congelamento degli investimenti.

A dispetto di queste premesse nelle bozze del decreto legislativo rinnovabili leggiamo la previsione di introdurre retroattivamente un limite vincolante di 8.000 MW. Un vero e proprio tetto al fotovoltaico, più di 6 volte inferiore a quello fissato dalla Germania. È questa la prospettiva che annienterebbe il settore fotovoltaico a partire dalla prossima settimana con l'eventuale approvazione in Consiglio dei Ministri. A farne immediatamente le spese saranno circa 120.000 lavoratori impiegati direttamente e indirettamente nel fotovoltaico, e 160 mila famiglie italiane che non potranno diventare indipendenti sul piano energetico.

In queste condizioni  un'industria nascente è condannata a morte prima ancora di essere diventata pienamente adulta. Se nell’arco di pochi giorni non si riuscirà a introdurre dei correttivi, il fotovoltaico rischia una Caporetto, con ripercussioni molto pesanti sia in termini occupazionali che di credibilità del sistema Paese. Mentre gli Stati Uniti di Obama, pur in presenza di un taglio delle spese pubbliche molto robusto, mantengono saldo il timone verso lo sviluppo delle rinnovabili, l’Italia rischia un nuovo tracollo dopo quello degli anni Ottanta.

Siamo sbigottiti, è incomprensibile. Non è abbastanza promuovere l'ambiente e la salute di noi tutti, generare ricchezza e dare lavoro a oltre 15.000 addetti diretti e fino a 100.000 indiretti, offrire l'opportunità a oltre 160.000 famiglie di diventare indipendenti energeticamente? Quali interessi si vogliono davvero tutelare? Chi sono i poteri forti che stanno eliminando ad una ad una tutte le rinnovabili? Prima l'eolico, oggi il fotovoltaico. Che destino attende un paese che distrugge sistematicamente le proprie opportunità di sviluppo?

Nonostante il parere positivo in sede di Commissioni Parlamentari (per cui lo schema di decreto attuativo della direttiva 2009/28 sull’energia da fonti rinnovabili si inserisce nel quadro della politica energetica europea volta a ridurre la dipendenza dalle fonti combustibili fossili e le emissioni di CO2) il dibattito in corso, specie per le notizie di stampa spesso espressione di interessi non necessariamente palesi e esplicati in sede politica e sociale, sembra preludere ad un intervento legislativo che andrà, si teme, in senso diametralmente opposto a quello, voluto dalla Commissione, di incoraggiamento delle politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili.
La realtà è diversa. A fronte di una crisi che non smette di mordere il tessuto produttivo, è vero che il settore delle rinnovabili si muove in netta controtendenza. Gli incentivi (che, ricordiamo, non gravano sul bilancio dello Stato ma nemmeno su quello delle famiglie, come invece si è letto in questi giorni) hanno creato un volano virtuoso che ha consentito al Paese di riavvicinarsi al gruppo dei paesi leader nel campo dell’innovazione e della capacità produttiva. Il fotovoltaico, in un contesto così difficile come quello che abbiamo visto delinearsi negli ultimi anni, rappresenta un settore in crescita occupazionale e di fatturato, oltre che un settore tecnologicamente in evoluzione.

I Verdi, e gli ecologisti, i cittadini, le imprese, confidano nel senso di responsabilità del Governo e del Parlamento affinché si voglia intervenire per evitare che un altro tassello della nostra economia cada vittima di contrapposti interessi e di battaglie ideologiche.

Confidiamo che saprete dare un futuro alle nostre famiglie e ai nostri figli che si trovano oggi incolpevoli nella precarietà e nell'incertezza."

Saluti 100% Rinnovabili

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Il percorso continua

L'incontro delle reti e dei movimenti ecologisti e civici, che si è tenuto a Bologna il 29 e 30 gennaio 2011, ha rilanciato la volontà di costruire un nuovo soggetto politico ecologista e civico. Tale processo si inserisce nella prospettiva di un radicale cambiamento dell'attuale modello economico e sociale, per invertire le negative tendenze globali attuali causate dal paradigma della crescita.

Vi hanno preso parte oltre ai soggetti promotori, numerose associazioni, comitati, reti, movimenti e liste civiche da tutta Italia, sindaci ed amministratori virtuosi, dirigenti ed attivisti delle associazioni ambientaliste, esponenti del mondo della scienza e della comunicazione e molti singoli cittadini.

Sono stati due giorni di lavori intensi, in plenaria e in gruppi di lavoro tematici, da cui è emersa una sostanziale condivisione dei valori e dei contenuti, e una progressiva convergenza verso quelle che si ritiene debbano essere le regole, da scrivere insieme, a garanzia che nessuno dei soggetti partecipanti possa in alcun modo egemonizzare il percorso; regole fondate su principi di "ecologia politica" (politica come servizio e non come mestiere, eliminazione dei privilegi e riduzione degli stipendi degli eletti...) e di democrazia diretta e partecipativa (una testa-un voto, leadership condivisa, partecipazione democratica, ecc...). Su queste si continuerà a lavorare attraverso un forum telematico che verrà aperto a giorni.

I soggetti firmatari del seguente documento si impegnano a continuare il percorso con l'obiettivo concreto di avviare un Processo Costituente volto alla transizione in un nuovo movimento politico ecologista e civico nato dal basso, aperto, inclusivo, trasparente e democratico, nella consapevolezza che al momento della sua costituzione il nuovo soggetto politico si dichiarera' alternativo e competitivo a qualsiasi altro partito. Il tema delle doppie adesioni verrà affrontato in sede di redazione di statuto. Il soggetto politico che nascerà raccoglierà le esperienze di chi già adesso lavora in moltissime città italiane, rappresentando una ricchezza che contribuirà a ricucire il tessuto sociale, culturale ed economico italiano, in una nuova identità nazionale. Bologna ha visto materializzarsi in maniera concreta e determinata la possibilità di intraprendere, nel breve termine, un percorso comune verso una meta che verrà a delinearsi meglio man mano che si andrà avanti nel cammino. Ciò richiederà un lavoro a rete continuo, pieno di interazioni con gli altri compagni di viaggio.

Per questa ragione ci siamo lasciati con alcuni impegni concreti per il futuro, aperti a tutti quelli che vorranno parteciparvi:

- portare avanti insieme dei tavoli programmatici per definire i contenuti;

- creare gruppi territoriali per promuovere la partecipazione locale;

- creare un gruppo di coordinamento nazionale;

- promuovere e coordinare insieme delle campagne comuni (acqua e nucleare) che saranno una straordinaria occasione per entrare in contatto diretto con migliaia di cittadini, facendoci conoscere con delle azioni concrete e orientate al bene comune.

Le successive tappe organizzative del percorso, nella prospettiva di un prossimo momento comune di incontro e aggregazione, saranno decise da ciascuno dei soggetti che vi partecipano una volta sentiti tutti i propri aderenti.

Bologna, 1 febbraio 2011

 

 

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Più bici

Dall'esperienza di un'officina per riparare le biciclette nata in un centro sociale l'idea di una rete di stazioni per biciclette in punti strategici di Milano, in cui poter noleggiare e fare anche manutenzione, una competenza semplice, alla portata di tutti. L'esperienza di "critical mass", raduni di ciclisti che, raggiungendo una certa massa critica, si reimpossessano della strada. Intervista a Davide Maggi e Annibale Osti.

Davide Maggi è membro dell'associazione +bc (più bici) e lavora presso la ciclofficina di San Donato milanese; i soci di +bc insegnano l'arte della manutenzione della bici a ragazzi e adulti, organizzano officine di strada, e gestiscono due ciclofficine sperimentali nella metropoli milanese. Annibale Osti è socio di +bc.

Potete raccontarci cos'è una ciclofficina e com'è nata quella di San Donato milanese?

Davide. L'idea è scaturita durante l'esperienza di un'officina nata in un centro sociale. Alcune persone si erano messe a svolgere un'attività di riparazione di biciclette con l'idea di uno spazio pubblico, gestito da volontari, dove ognuno poteva andare a mettere a posto la propria bicicletta o recuperare una bicicletta dai rottami e rimetterla in funzione... Funzionava uno-due giorni durante la settimana, oltre alla domenica, quando diventava anche uno spazio in cui si facevano gli aperitivi; d'inverno c'era la stufa, si faceva il tè, era un posto accogliente. Per molti è stato un momento magico... Poi sono sorte delle difficoltà, era un centro sociale abbandonato, poco gestito, lo spazio era una mezza discarica, in crollo, insomma era difficile farlo andare avanti... Altri poi avevano iniziato a pensare a un'attività strutturata, in spazi più idonei e un po' anche stimolati dai veterani di Ciclobby, che volevano dotarsi di un braccio operativo... Insomma siamo stati convocati, ci siamo autoconvocati presso di loro un inverno di qualche anno fa, vedendo un po' cosa si poteva fare. Loro erano più orientati al cicloturismo, noi a un'attività di meccanica, di manutenzione. Alcuni, tra cui io, avrebbero voluto fare questa attività come mestiere... In realtà ci siamo presto sganciati, volevamo essere autonomi, e abbiamo fondato un'associazione proprio con l'idea di fare delle cose. Il tutto nasceva anche da varie considerazioni: l'attività di manutenzione ordinaria delle biciclette è ormai scomparsa, sono rimaste poche persone anziane che non trovano ricambio.

Io, prima di aprire questo posto, ho passato un'estate ad andare a bottega da un vecchietto in provincia di Piacenza, la città della mia famiglia; lui d'estate lavorava dalle sette della mattina alle undici-mezzanotte; dopo cena andavo nella sua bottega, mi ha insegnato tutti i trucchi con cui più o meno posso andare avanti. In origine quelle botteghe erano un luogo di aggregazione, socialità, soprattutto tra gli anziani.

L'altra idea che ci muoveva era quella di coinvolgere la gente nella meccanica della bicicletta. E poi c'era l'ambizione di fare associazionismo in modo innovativo rispetto a quello un po' paludato delle associazioni storiche, più sindacali come approccio, improntate alla protesta e alla rivendicazione...

Abbiamo iniziato con le ciclofficine di piazza: andavamo ai vari raduni, feste paesane, con il nostro gazebo, un cavalletto e coinvolgevamo le persone nell'autoriparazione della bicicletta.

Un limite all'uso della bicicletta infatti spesso è proprio la mancanza delle conoscenze di base, per cui se ti si fora la gomma, devi portarla dal meccanico, che tra l'altro sono sempre di meno e quindi è difficile trovarli e casomai sono superimpegnati; insomma una gomma a terra diventa un motivo per lasciare la bicicletta in cantina e non utilizzarla più.

In passato c'era un minimo di competenza che era abbastanza diffusa, che però col tempo si è persa. Ecco, questo è un peccato. Anche perché uno dei pregi della bicicletta è proprio quello di essere un mezzo su cui quasi chiunque può fare manutenzione, non ci vuole particolare abilità meccanica. Insomma, in una realtà in cui ormai si dipende da professionisti su qualsiasi cosa, questa è una qualità preziosa.

L'autoriparazione è anche intesa a combattere la tendenza all'usa e getta, quindi a un concetto di sostenibilità che dia valore alle cose: saper riparare ha a che fare con la cura, se non l'affetto, per i propri mezzi. La bicicletta è un po' l'archetipo di questo: un oggetto che si può riparare mille volte, che non necessita di grandi attrezzi, che praticamente non si butta mai via, molto semplice e però che ti permette di fare tante cose, viaggiare, portare i bambini, ma anche trasportare cose...

Quando ci siamo trovati per fondare l'associazione, siamo venuti a sapere che il Comune di San Donato aveva costruito questo spazio, non sapendo molto bene cosa farci e a chi darlo in mano. A quel punto abbiamo accelerato le pratiche per poter diventare un potenziale partner, cioè avere un rapporto istituzionalizzato con il Comune. Nel contempo abbiamo stilato un progetto di gestione del posto con le idee che ci ballavano per la testa in quel periodo, cioè rilanciare l'attività di manutenzione e riparazione della bicicletta. Per noi era una chance: in un locale vincolato ai costi di un'attività commerciale è difficile promuovere l'uso della bicicletta perché bisogna tenere un certo livello di prezzi.

Il Comune, da parte sua, aveva bisogno di uno spazio che offrisse un'attività di custodia e di noleggio delle biciclette, quello che le amministrazioni pubbliche tradizionalmente definiscono appunto "servizio per i cittadini".

Inizialmente a gestire lo spazio sono partito da solo. Nell'associazione c'erano anche altre persone ma erano già impegnate in una serie di attività, come appunto le ciclofficine di piazza, i corsi di autoriparazione per i bambini delle scuole, l'organizzazione di eventi di promozione della meccanica della bicicletta.

Comunque ho avuto il supporto di tutta l'associazione sia nel fare il progetto che nell'allestire lo spazio. Per due anni sono andato avanti da solo, poi da aprile dell'anno scorso mi dà una mano e collabora anche un'altra persona. Del resto ero soprattutto io a credere che quella potesse diventare anche una prospettiva di lavoro, è una mia passione e poi uscivo da due anni passati a fare il ricercatore all'agraria.

Il posto è abbastanza strategico...

Davide. La ciclofficina è situata accanto alla fermata della linea 3 della metropolitana, che rappresenta un po' la porta verso Milano di San Donato che è una città comunque grande, di 30 mila abitanti, collegata a sua volta con San Giuliano. Intorno a quella stazione della metropolitana gravitano circa 50 mila persone, anche perché c'è un punto d'interscambio con le linee di autobus di Milano est, Lodi, Crema, Cremona.

Ecco, la stazione delle biciclette è proprio in questo punto, è dotata di un grande parcheggio di biciclette (400 posti) a pochi passi dalla linea gialla, che porta nel centro di Milano. Gli abitanti di tutta l'area di San Donato, ma anche di San Giuliano, possono tranquillamente raggiungere la metropolitana in bicicletta (sono distanze nell'ordine di una decina di chilometri al massimo); è un modo di spostarsi che sta prendendo abbastanza piede. Non solo, nell'area di San Donato ci sono delle grosse aziende dislocate talvolta in zone non facilmente raggiungibili dai mezzi pubblici, per cui la cosa funziona anche all'inverso: i pendolari arrivano a San Donato con la metropolitana e poi raggiungono il posto di lavoro con la bicicletta. Ma ci sono anche quelli "doppi", che arrivano in stazione con la bicicletta, prendono il treno, arrivano qui e prendono un'altra bicicletta. Io li chiamo i "biciclisti".

Le attività rivolte a questi "utenti" sono appunto la custodia delle biciclette (per evitare che vengano vandalizzate o rubate) e il noleggio, che funziona bene anche con chi è in zona solo temporaneamente; ci sono consulenti che lavorano qui per brevi periodi, allora invece che comprare una bicicletta la prendono a noleggio qui. Poi con il Comune facciamo una serie di altre attività da associazione cicloambientalista tradizionale con le biciclettate per far conoscere i percorsi sul territorio, le classiche gite...

Poi c'è la riparazione...

Davide. La maggior parte delle persone non utilizza la custodia, per poterle lasciare fuori tra l'altro predilige biciclette vecchie che quindi necessitano continuamente di manutenzione. Ecco qui per loro la comodità è di lasciare la bicicletta dove comunque la lascerebbero, per farsela sistemare.

Noi poi svolgiamo un'attività di recupero delle vecchie biciclette, che preferiamo al classico mercato dell'usato (sempre un po' a rischio). Soprattutto nelle stagioni di bassa, recuperiamo le biciclette abbandonate in cortili e garage -ce ne sono centinaia in giro- le rimettiamo a nuovo e le rivendiamo, così venendo incontro ad una grande domanda di biciclette usate, funzionanti ma non particolarmente belle, di modo che non attirino l'attenzione. Queste sono le attività principali.

Per il futuro c'è anche l'ambizione di far entrare nell'uso biciclette un po' innovative, importando in Italia una certa cultura della bicicletta come mezzo di spostamento principale, per trasportare anche cose o come bicicletta da viaggio.

Annibale. In Italia la bicicletta continua, soprattutto in Pianura padana, ad essere uno strumento molto tradizionale, per il quale però si spende poco; magari per il ragazzino c'è un valore sentimentale, ma tende a prevalere un rapporto utilitaristico. In altri paesi europei dove effettivamente c'è meno uso "vecchio stile" della bicicletta, si riscontra un forte interesse, e anche una disponibilità di budget, per bici particolari, ad esempio pieghevoli (che si possono portare in metropolitana o in treno), o "sdraiate", che offrono meno resistenza all'aria, o ancora bici da trasporto...

Insomma c'è tutta una differenziazione di biciclette perché il pubblico mediamente attribuisce un valore un po' più distintivo alla bicicletta in quanto tale.

Il boom di vendita delle biciclette storicamente risale alla crisi petrolifera degli anni '70, quando avevano fatto i tandem ad otto posti, i negozianti ricordano quel periodo con gli occhi lucidi, per la quantità di biciclette vendute, poi finite sepolte nei sottoscala.

Davide. La mia impressione è che si stia tornando alla bicicletta, ci sono arrivati anche i politici...

La cosa è partita come volontariato, ma per te adesso è un lavoro...

Davide. Sì, sono un dipendente dell'associazione, lavoro per promuoverne gli scopi. Purtroppo, per quanto ci sarebbe lavoro per due o più persone, la parte economica non viene di conseguenza.

L'ente ci dà lo spazio in comodato gratuito, manteniamo una serie di tariffe concordate col Comune, e poi facciamo attività di promozione con cui ci autososteniamo economicamente. L'autonomia economica è una sfida, ma per noi rappresenta anche la chance di essere più liberi e di rapportarci direttamente con la soddisfazione dell'utenza. E' un'idea di gestione un po' a cavallo tra il servizio pubblico e il mercato.

Per ora dal punto di vista dell'apprezzamento, c'è un'ottima risposta, aumentano gli utenti, e abbiamo avuto pochissime critiche e moltissimi riconoscimenti. Siamo stati visitati e studiati da molte altre realtà che vorrebbero replicare un'attività di questo tipo, insomma pare che funzioni e anche l'amministrazione è contenta dei risultati.

Com'è la giornata-tipo di una ciclofficina? Immagino che l'utenza cambi in base alle fasce orarie...

Davide. Intanto la giornata inizia presto, alle sette e mezza. Io arrivo, guardo internet, mi informo... A quell'ora si incrociano quelli che lasciano la bici in custodia e quelli che vengono a prenderla.

Poi c'è un momento di calma, verso le 10 arrivano i pensionati che vengono a fare due chiacchiere. Oggi un vecchiettino mi ha portato la mountain bike del nipote ed è venuto fuori che ha fatto la campagna di Russia; io in questo periodo sto leggendo Rigoni Stern, figurati, l'ho subito trattenuto. Loro comunque sono abbastanza affezionati, ci danno una mano, mi vanno a fare la spesa. Io poi sono uno che sfrutta abbastanza le risorse...

Durante la mattinata, oltre ai vecchietti, ci sono le mamme con bambini che vengono a far gonfiare le gomme. Il bello è che arrivano con la bicicletta sul Suv, un classico di San Donato, che è un paese di miliardari.

Verso le quattro c'è un po' di ritorno di ragazzini dalla scuola, e comunque nel pomeriggio ci sono soprattutto i ragazzini coi nonni. Quelli che si presentano coi genitori arrivano più sul tardi, verso le sette-sette e mezza, dopo l'orario di lavoro.

Bisogna anche dire che è un lavoro stagionale. Anche questo crea difficoltà di autosostentamento perché c'è bisogno di molta manodopera durante l'estate e poca durante l'inverno. Io seguo anche l'attività di gestione delle varie iniziative dell'associazione, lavoro una decina di ore al giorno in più il sabato. Mi alterno con l'altro ragazzo.

Annibale. Il sabato ci sono quelli che durante la settimana hanno orari di lavoro incompatibili o che fanno i pendolari settimanali, e allora hanno un po' più di tempo; c'è anche più attività di compravendita.

Che bici vendete?

Davide. Come ho detto noi puntiamo molto sul recupero. In Italia si facevano delle gran belle biciclette; fino ad un po' di anni fa c'era tutta un'industria che produceva oggetti di valore e popolari, con componenti a livello quasi artigianale ma che potevano permettersi tutti, che è un po' quello che è venuto a mancare. Purtroppo molte di queste realtà sono state chiuse o si sono rivolte soltanto ad un pubblico di élite, con prodotti dai costi elevati. La produzione di massa è stata spostata verso l'oriente, Cina, India, con un grosso decadimento di qualità.

Noi allora, sul nuovo, cerchiamo di vendere prodotti completamente italiani, non per sciovinismo ma proprio perché sono prodotti di qualità, semplici. Andiamo in controtendenza rispetto al partito della mountain bike, la bicicletta iperaccessoriata, con un sacco di cambi, ammortizzatori, che poi sono dei patacconi che non funzionano, specie se la compri al supermercato. La bicicletta di una volta, quella classica, che si regalava per la comunione, poteva durarti per tutta la vita, adesso una bicicletta che sembra iperaccessoriata, complicatissima, può durare sei mesi e poi diventa quasi irriparabile.

Progetti?

Davide. Oltre alla stazione delle biciclette, l'associazione +bc gestisce la ciclofficina pubblica alla Stecca degli Artigiani, nel quartiere Isola di Milano, un "covo" di ciclisti urbani dove chi vuole può riparare la propria bici usufruendo di attrezzatura semi-professionale e dell'aiuto di meccanici più esperti. Quella della ciclofficina popolare è un'altra idea che stiamo cercando di diffondere. Si tratta di uno spazio, in un centro sociale o comunque in luoghi pubblici e di ritrovo, dove si fa attività di riparazione insieme e assistiti. A Roma ci sono tre ciclofficine, ce n'è una a Firenze, una a Vicenza, a Milano ce ne sono cinque, a Bergamo ne stanno aprendo una, a Pavia un'altra; ne stanno nascendo in giro per tutta Italia. Ora occorrerebbe coordinarci un po'. L'associazione, volontariamente, ha aiutato chi voleva mettere in piedi una ciclofficina diffondendo le conoscenze, anche meccaniche e relative alle attrezzature, e le esperienze acquisite. L'idea è di incontrarsi tra le varie ciclofficine per fare un po' il punto, per capire e condividere i problemi, ma anche per promuovere quest'idea tra gli amministratori.

La ciclofficina infatti può nascere ovunque, basta una parete con quattro attrezzi in un centro sociale o in un bar, oppure si può pensare a uno spazio aperto appositamente per fare autoriparazione della bicicletta o ancora a un vero centro multifunzione dotato di parcheggio, che offra il noleggio, l'ospedale o addirittura l'obitorio delle biciclette dove vengono portate tutte quella abbandonate e a ciclo continuo vengono sfornate le biciclette recuperate. Insomma le idee sono tante. Forse questo presuppone anche una maggiore strutturazione dell'associazione che allo stato attuale funziona sulle attività che si riescono a fare; coinvolgiamo una cinquantina di persone, c'è una mailing list a cui sono iscritte venti o trenta persone.

Si fa fatica a pensare a Milano come a una città per ciclisti...

Davide. A maggio c'è stato Ciclopolis, in cui le associazioni ciclistiche della città hanno incontrato cittadini e candidati sindaco alle amministrative 2006, per un confronto su idee e progetti atti a trasformare Milano in una vera città europea a perfetta misura di ciclista. C'erano +bc, Ciclobby, Ciclofficine popolari, dateciPista, Fiab.

Ecco, il manifesto era che Milano è una città ideale per la bicicletta, per la sua conformazione morfologica, perché è una città piccola, piatta, climaticamente adatta e, nonostante il traffico, in realtà abbastanza ordinato, la sua geometria e architettura sono regolari. Già ora è abbastanza utilizzata, certo è faticoso, è una lotta contro le automobili, però quando uno scopre questa soluzione, diventa comodo.

Annibale. Milano è una città ad alto tasso di ciclicità, poi sicuramente ci sono i problemi di sicurezza passiva: molti genitori impediscono ai figli di andare in bicicletta perché hanno paura, poi magari gli danno il motorino, ma insomma...

C'è infine il problema dei furti, che non è una cosa da poco, perché molta gente alla terza bicicletta che le rubano...

Davide. L'altra nota dolente è che Milano è poco attrezzata per la bici. E' una banalità, ma mancano i parcheggi, non ci sono rastrelliere. Per fortuna in giro è pieno di pali!

Nonostante questo, c'è un'abitudine e una propensione alla bicicletta che potrebbero essere sfruttate da un amministratore, da un politico illuminato che ne volesse fare una leva per un cambiamento della città. Anche perché non è necessario fare delle piste ciclabili. Spesso si sente dire che in una città con un'architettura come Milano, la pista ciclabile è un obiettivo improponibile. Va bene, ma per circolare in bicicletta non è necessario fare la pista ciclabile. Mi sembra che questo sia spesso un alibi.

Annibale. Vent'anni fa Milano aveva iniziato a chiudere al traffico il centro storico, poi la giunta di centro-destra ha smantellato tutto. Oggi il traffico è completamente ingovernato...

Tra l'altro portare una bicicletta su un mezzo pubblico, tipo la metropolitana, qui è impensabile. Invece se vai in una città tedesca, con delle limitazioni (due bici per vagone) è possibile, sulle scale ci sono canaline che permettono di accompagnare la bici senza troppa fatica. Oltretutto questo alimenta un mercato, perché la gente compra delle biciclette speciali, e comunque più belle perché non le deve lasciare abbandonate tutta la notte, le può portare a casa...

All'origine dell'idea della ciclofficina c'è stata anche l'esperienza di Critical Mass. Potete raccontare?

Davide. La Critical Mass è una modalità di partecipazione importata dagli Stati Uniti, da San Francisco: i ciclisti si ritrovano con lo scopo di riappropriarsi dello spazio della città; dietro non c'è alcuna rivendicazione, è un atto abbastanza giocoso e gioioso, un momento di partecipazione forte della città. A Milano l'iniziativa è stata lanciata nel 2000-2001, a 10 anni dalla "prima" di San Francisco, con un successo imprevisto. Qui, in alcune occasioni si sono contate anche 3000 biciclette.

Annibale. E' una cosa che ormai va avanti spontaneamente da molti anni, addirittura con una frequenza settimanale -tutti i giovedì- che è molto impegnativa. Questo a conferma del fatto che c'è una grande voglia di biciclette a Milano. In altre città del mondo viene fatta una volta al mese, una volta all'anno...

Davide. E' un appuntamento che si stabilisce tramite contatti via mail; si sceglie il luogo, il giorno e l'ora, magari con ricorrenza in modo che non debba essere tutte le volte ripubblicizzato; le persone si trovano lì e cominciano a percorrere la città in gruppo, riguadagnando l'uso della strada; si fa animazione, chi sa e ha voglia di fare qualcosa la porta in questo spazio.

Annibale. Il senso è riappropriarsi della strada, avendo appunto la "massa critica" di ciclisti che permette di vincere sul traffico automobilistico, di non farsi da parte come soggetti deboli, ma di essere -per una sera a settimana- padroni della città. Partecipa gente veramente molto diversa, e la nota interessante è che non c'è alcuna direzione dietro, è un vero movimento organizzato dal basso.

Davide. Spesso la partecipazione avviene attraverso associazioni che richiedono delle forme di adesione e anche di delega su delle piattaforme.

Qui si tratta semplicemente di condividere un gesto che è quello di riappropriarsi della città; è una partecipazione diretta e molte persone hanno trovato gusto a farlo, anzi c'è una grande disponibilità: c'è chi fa il vin brulè, chi porta la musica...

Annibale. Lo spontaneismo viene sempre visto come una forma di immaturità, o come qualcosa che spaventa le persone e le tiene a distanza perché è difficile da incasellare. Qui avviene il contrario: proprio la natura, per così dire, sfrangiata e cangiante del fenomeno, permette a molti di non porsi il problema "sono di destra, sono di sinistra". La maggior parte delle persone non fanno riferimento a centri sociali o ad altri gruppi.

Davide. Fin dall'inizio c'è stata un'attenzione quasi maniacale a lasciare la cosa libera da bandiere, cappelli. E' anche un'occasione di incontro tra persone che non si conoscono. Milano è caratterizzata da reti e circoli chiusi, da cui difficilmente si esce.

Ecco, Critical Mass all'inizio è stata trasversale a tutto questo, poi forse è diventata a sua volta un circolo; certo ha il merito di aver messo insieme persone che venivano da realtà diverse, con diverse sensibilità e di aver fatto nascere delle iniziative, come appunto quella della prima ciclofficina. In realtà non è stato inventato niente.

La ciclofficina nasce un po' dall'idea dei Provos, una specie di pre-hippy che -così la mitologia racconta- hanno trasformato Amsterdam nella prima metà degli anni '60. Un po' pazzi, libertari e situazionisti, avevano già iniziato a denunciare l'automobile come mezzo che schiacciava la città, vedendo nella bicicletta un vero anticorpo.

Annibale. Il movimento era chiamato "le biciclette bianche". Questo gruppo di poche persone decise di prendere un certo numero di biciclette, dipingerle completamente di bianco e lasciarle agli angoli della città a disposizione dei cittadini che le avrebbero usate per le loro esigenze e poi rilasciate a disposizione. Quindi un uso assolutamente libertario e con il concetto di difendersi dal traffico che si stava già prefigurando. Il fatto è che in quegli anni questa era una cosa illegale, per cui sono stati denunciati, e perseguiti.

Davide. Li arrestavano e gli sequestravano le biciclette perché lasciare una bicicletta incustodita e disponibile all'uso pubblico era una "incitazione al furto".

Annibale. Ecco, pensare che dopo trent'anni queste stesse cose sono ormai parte integrante dei programmi delle amministrazioni locali delle città europee fa un po' riflettere.

Davide. La prima ciclofficina è nata dal mix tra lo spirito un po' anarchico dei Provos olandesi e un pragmatismo meccanico orientato a diffondere l'uso della bicicletta tra il maggior numero possibile di persone. In occasione della conferenza di Kyoto, a Milano c'è stata la Critical Mass più grande con 3-4000 biciclette in giro per la città e una grossa festa. Quello è stato il primo embrione di ciclofficina con la messa in circolo della competenza per la riparazione della bicicletta, la raccolta di vecchie biciclette; il tutto chiacchierando, trasformando insomma il fai da te rintanati in cantina in un momento di socialità.

(Intervista realizzata da

Barbara Bertoncin

rivista Unacittà)



Ho lavorato per più di quattro decenni, nella foresta amazzonica. Cinque anni fa, ho convocato il primo incontro internazionale in difesa dei popoli indigeni in isolamento. Ci siamo incontrati a Belem del Pará e lì ho proposto la creazione di un'Alleanza Internazionale per la loro protezione.

Lo dico senza angoscia, ma chiaramente, abbiamo fatto pochi progressi in proposito. Sento che l'urgenza di allora, si è trasformata oggigiorno in una minaccia reale: i popoli isolati e i loro territori sono a rischio come non mai.
Negli ultimi cinque anni ho visto l'interesse nel far uscire dalla loro terra gli indigeni isolati, permettendone così l'invasione da parte delle compagnie petrolifere o minerarie, ho visto come si firmano decreti e concessioni per lo sfruttamento delle risorse naturali in aree abitate da questi esseri umani ; ho visto indigeni uccisi o perseguitati per difendere i propri diritti. Mi sono reso conto che continuiamo a considerare l'Amazzonia e gli indios come un ostacolo alle strategie di sviluppo, come sancisce l'Iniziativa di Integrazione dell'infrastruttura Regionale Sudamericana.
Dighe, strade, ponti sono stati costruiti in Amazzonia, senza proporre misure che tutelino effettivamente i diritti di questi popoli, e se questi atteggiamenti persistono, il destino degli indios in isolamento è segnato e spariranno.


Non possiamo restare indifferenti di fronte a questo dramma. E ' tempo di reagire e che gli Stati, i governi, le imprese, gli organi internazionali, le chiese, le organizzazioni non governative, tutti, garantiscano il rispetto dei diritti umani dei popoli isolati dell'Amazzonia. Si tratta di una questione di coscienza e un imperativo morale. Non sto chiedendo che blocchino i loro piani di governo, però si pretendo che una parte di quello che spendono per le infrastrutture e gli investimenti nelle industrie estrattive sia utilizzato per preservare veramente gli indios in isolamento dalla violenza.
Se, come il governo dice di questi piani e le opere sono per vivere bene e stare bene, che comprendano gli indigeni in isolamento all'interno di questi benefici. Loro vogliono solo garantirsi i loro territori. Proteggerli. Che non debbano pagare con la vita o col loro sradicamento, come è sempre stato, la mancanza di azioni sincere per proteggere i loro diritti che sono sanciti dalle leggi e dai trattati internazionali.
Si è in procinto di inauguarare oggi la prima autostrada interoceanica del Sud America attraverso la Foresta, il fatto che i popoli indigeni isolati non siano più perseguitati o estirpati dai loro territori, sarebbe la più grande prova di responsabilità e di rispetto che possiamo dare. Nel tratto tra Assis in Brasile, nell'Acre e Puerto Maldonado, nel Madre de Dios, in Perù, una zona che confina con Pando in Bolivia, i camion passeranno inarrestabilmente e pericolosamente vicino ai territori da loro abitati. Che cosa dovremo fare perché ciò non significhi più una minaccia alla vita e ad ulteriore distruzione della foresta?
E' la nostra occasione per cambiare la storia per sempre, e prevenire l'arrivo del momento fatidico, l'ora 25, quando non potremo fare più niente.
La situazione è critica e dovremmo essere tutti uniti. Non possiamo permettere che una parte dell'umanità si estingua. Gli Indios isolati devono vivere.
Sono la nostra essenza più pura, il nostro istinto più vivo. Un mondo senza di loro non varrebbe la pena e in futuro non ci sarebbe perdono per una tragedia che provochiamo contro noi stessi e contro il nostro pianeta.

Sinceramente e con affetto,
Sydney Possuelo
Brasilia 15 di dicembre 2010

di Antonio Tricarico, coordinatore CRBM

E' sempre più chiaro che ci si avvia verso una lunga crisi economica dovuta a un corto circuito del un modello di sviluppo nelle economie avanzate. Sarà una lunga transizione, e le sfide per renderla giusta sono enormi. Spesso si invoca l'opportunità di uscire da questa crisi con un New Green Deal. Questo è vero, ma bisogna essere consapevoli che la sfida dei cambiamenti climatici e della crisi ecologica necessitano interventi e politiche pubbliche che in paragone il New Deal di Roosvelt degli anni '30 sembra una semplice manovra di bilancio.

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Prossimità e distanza

di Carlo DONOLO

1) Se penso al prossimo – visto dalla mia condizione “comune” di piccolo-borghese in città – lo vedo come figura distante: vittima dello tsunami o di una carestia, minore al lavoro in India, migrante, barbone. Sono esistenze lontane dalla mia e con le quali ho solo occasionali incontri per strada o in tv.

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Il potere digitale


di STEFANO RODOTA'

Qual è in destino degli arcana imperii al tempo di WikiLeaks? Questa domanda rimbalza da un punto all'altro del mondo. La via per trovare la risposta è indicata da un titolo del Guardian: "La rivoluzione è cominciata e sarà digitale". Una rivoluzione annunciata, che non sarà fermata dall'arresto di Julian Assange, per altro legato a ragioni che nulla hanno a che fare con WikiLeaks.

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Due ruote sul web

È una corsa iniziata lentamente, un paio d’anni fa, quella del sito www.criticalmap.org, piattaforma comune che permette a chi si muove in bicicletta di fissare su una mappa la visione critica della propria città e delle possibilità che il suo territorio può offrire. Ma è anche una corsa che, con la costanza e l’attenzione per l’ambiente e il paesaggio proprie dei ciclisti, ha già riscosso molti successi di gradimento e di partecipazione.

Niente gas serra, niente smog, niente inquinamento acustico. A Roma da qualche tempo è possibile spedire senza inquinare. Con il massimo dell’efficienza e il minimo dei costi. Il progetto si chiama EcCo, una sigla che sta per Ecological Courier. La flotta è composta da 30 scooter elettrici, 5 macchine elettriche, 5 biciclette elettriche con pedalata assistita. In termini ambientali il dato, davvero impressionante, è che grazie all’utilizzo di questi veicoli a impatto zero i polmoni della Capitale potranno risparmiarsi 150 tonnellate di Co2.

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